Entriamo nel merito e facciamolo a pezzi.

 

Merito e meritocrazia, le parole del momento. Destra e sinistra ne fanno scialo. Anche il centro. Oggi il merito sta al centro di tutto. Ma quando uno dice: ti meriti un bacio, che cosa dice esattamente? E quando un altro dice: il delinquente merita una pena esemplare, che cosa dice esattamente? Forse il merito non ha sempre lo stesso significato, è un significante dai molti significati; o forse è solo una parola insignificante. Proviamo a entrarci dentro, e colle peggiori intenzioni.

 

Perché, poniamo, l’allievo merita? Perché ne sa quanto il professore? perché ne sa più del professore? perché fa il gioco del professore? Queste domande non meritano una risposta. Il punto è infatti un altro. Questo: il merito non ha niente a che vedere con l’università, niente a che vedere con lo studio. Se c’è infatti una cosa che si connette essenzialmente al merito è il denaro. Oggi la destra dice: se lavori meglio ti pago di più. Sarà, ma il denaro non misura la qualità. In realtà ti do di più se lavori di più, non se lavori meglio. Lavorare meglio è in effetti controproducente; alla lettera: va contro la produzione, cioè la rallenta. Più si produce, più si guadagna. Il denaro misura dunque l'incremento di quantità. L’operaio più meritevole è quello che fa gli straordinari e non prende una lira, cioè l’operaio che produce di più senza migliorarsi di un ette, anzi abbrutendosi. E non c’è motivo di credere che questo stato di cose, trasposto in altro ambito, dia risultati diversi.

 

Così se lascio la fabbrica e entro all’università il criterio del merito, la cui natura è quantitativa, non cambia. Se vuoi il trenta, dice il professore, te lo devi meritare, o sia devi studiare di più. Non ho mai sentito dire, in questi casi, devi studiare meglio. Il motivo è semplice: nessuno può insegnare a qualcuno come migliorarsi. La qualità non si insegna e non si misura. Semmai la qualità si può emulare: se una persona ha delle qualità, la si prende a esempio. Ma l’esempio è personale, non oggettivo. Riguarda le persone, non le cose. Chi vuole fondare gli studi sul merito, vuole misurare il sapere come si misurano le cose. Vuole l’efficienza, non la crescita interiore. Vuole l’uniformità, non l’università.

 

Rivendico allora la peggiore delle università possibili, quella in cui il merito è bandito; quella in cui si addita, se c’è, una persona, e la si prende a modello come una idea platonica. Se questo mi fa crescere, tanto meglio. Non è merito mio, non è merito suo.

 

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