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Bandiere prêt-à-porter.
Ancora una nota
su Oriente e Occidente
Solo in America e nei Paesi Arabi è ancora possibile
vestirsi fisicamente e pubblicamente di una bandiera. La bandiera rimanda in
primo luogo all’orgoglio nazionale, cioè a un sentimento. Oggetti di tale
natura si dicono simbolici. Sottolineo questo aspetto perché, lo vedremo
subito, esso va distinto dall’aspetto ideale.
Semplifichiamo: le idee sono un patrimonio
occidentale, i simboli sono un patrimonio orientale. Mentre il simbolo mantiene
saldi i contatti con le radici terrestri ed è anzi un dispositivo di
enfatizzazione dei dati della realtà, l’idea sopprime drasticamente ogni
rapporto con la terra e con la realtà.
Oltre l’esistenza, le idee. Lo Stato non esiste, la
nazione sì. Per un musulmano non ha senso servire lo Stato, ma ha senso
sacrificarsi per il simbolo nazionale. Lo spirito del servizio (Io sono il
primo servitore dello Stato, diceva Federico il Grande) non coincide in
nessun punto con lo spirito del sacrificio. Sono fenomeni profondamente
diversi. Il sacrificio è simbolico (serve di esempio), il servizio è ideale (è
fine a se stesso). Scrive al riguardo E. Jünger: «L’uomo libera le sue forze
superiori […] là dove si pone al servizio». A riprova della confusione in cui
ci troviamo, si può considerare il fatto che il libro da cui ho tratto la
citazione, il celebre Der Arbeiter, è stato giudicato l’espressione di
un acceso, veemente nazionalismo — salvo tacere sulla circostanza che Der
Arbeiter è il libro della Forma e che le nazioni non hanno forma.
Arabi e Americani possiedono al più alto grado lo
spirito nazionale e insieme il senso della rappresentazione simbolica. Questa
convergenza proietta i suoi effetti anche negli ambiti meno appariscenti e più
profondi della vita associata. «Un antropologo» scrive E. Todd «ha il dovere di
menzionare la condizione della donna americana, castratrice e minacciosa,
inquietante per i maschi europei quanto può esserlo l’onnipotenza dell’uomo
arabo per le donne europee» (Dopo l’impero. La dissoluzione del sistema
americano [2002], ed. it. Milano 2005, p. 161).
Ma c’è di più. Per ragioni molto diverse, ma ancora
una volta convergenti, Arabi e Americani non coltivano un preciso concetto
dello Stato, e per conseguenza non hanno una percezione adeguata della storia.
Gli Arabi, per così dire, sostano al di qua della storia, gli Americani
slittano al di là della storia. La questione può essere posta anche in
termini temporali: l’Islam viene dopo il Cristianesimo, l’America viene dopo
l’Europa. Maometto e Colombo: due figure più simboliche che storiche, due
allegorie del Ritardo; il primo essendo stato anticipato dal Cristo, il secondo
dal Vichingo. Che senso dobbiamo annettere a questo dopo? Più che il
tempo in quanto tale qui sembra in gioco una soltanto delle sue dimensioni,
cioè il futuro. Arabi e Americani appartengono al futuro. Questa affermazione
può essere un truismo se riferita agli Americani, ma in rapporto al mondo arabo
suona inevitabilmente come un paradosso.
È stato Michel Foucault a chiarire nel modo più
convincente il senso di questo paradosso. In uno dei suoi noti reportages
sulla rivoluzione iraniana trova ricetto questa densa pausa riflessiva: «Mi è
tornato in mente un piccolo dettaglio che mi aveva colpito il giorno innanzi
durante la visita al bazar appena riaperto dopo oltre una settimana di
sciopero: a decine, sulle bancarelle, si allineavano incredibili macchine per
cucire, alte e sinuose, come se ne possono vedere nelle réclame dei giornali
del XIX secolo; istoriate con disegni a foggia d’edera, piante rampicanti e fiori
in boccio imitavano alla grossa vecchie miniature persiane. Questi
occidentalismi fuori uso, marcati nel segno di un Oriente desueto, recavano
tutti la dicitura: Made in South Corea». «M’è parso allora di capire»
conclude Foucault «che i recenti avvenimenti non stavano a significare
l’arretramento dei gruppi più ritardatari di fronte a una modernizzazione
troppo brutale, ma il rifiuto, da parte di tutta una cultura e di tutto un
popolo, di una modernizzazione che è in se stessa un arcaismo» (Dits
et écrits 1954-1988, ed. D. Defert- F. Ewald, Parigi 1994, tomo III, p.
680).
Foucault suggerisce l’idea che proprio la tecnica,
questo vettore convenzionale del futuro, rechi in se stesso il germe
dell’arcaismo. Il suggerimento è più fondo che non sembri. Anzitutto occorre
sgombrare il campo da equivoci imbarazzanti, il primo dei quali è questo: un
mondo senza tecnica non rivela, d’un tratto, un orizzonte sconosciuto e
tuttavia raccolto nella immediatezza, non schiude l’accesso a una visione
insieme ancestrale e salvifica. Non c’è nessun romanticismo dietro le
argomentazioni di Foucault. Piuttosto, egli intuisce che il mondo arabo non è
disposto a far coincidere il futuro con la modernizzazione; intuisce che la
modernizzazione non apre alcun futuro, tanto meno al mondo islamico. Qui,
forse, cade in taglio la battuta di Wittgenstein sugli Americani: sono tutti
ignoranti, disse, ma noi Europei non abbiamo nulla da insegnargli. Il mondo
arabo è certamente arretrato, ma l’Occidente, o almeno l’Europa, non è in grado
di prospettargli alcun futuro.
Proviamo a scegliere un altro punto di osservazione.
Secondo Ernst Jünger la tecnica è forma, Gestalt, e la forma è tale
perché è conchiusa, delimitata. Sotto questo rispetto non ha alcun senso
parlare di arretratezza o progresso della tecnica. Nella Gestalt non c’è
sviluppo in senso storico. «La storia» osserva Jünger «non produce Gestalten,
ma si modifica con
Sarà utile spendere ancora qualche parola sulla
questione della temporalità in rapporto al senso della storia. Assumiamo che
l’Occidente è innanzitutto una potenza storiografica, assumiamo, cioè,
che l’Europa, e segnatamente l’Europa nel suo assetto prebellico, diciamo
l’assetto anteriore alla Grande Guerra, ha inventato o comunque
potentemente affinato le tecniche di esplorazione del Passato; da ciò consegue
che il mondo americano e quello arabo restano al di là e al di qua
di ogni possibile storiografia. È un punto sul quale vale la pena riflettere.
Esso pone in gioco il primato del tempo sullo spazio, il successo dell’opzione
trascendentale su quella morfologica. È in gioco, infine, il primato
dell’Occidente. Per quanto ci riguarda, siamo convinti che non sia possibile
scrivere una storia dell’America, non più di quanto sia sensato scrivere una
storia della civiltà araba. Qui non si tratta di affermare o negare il punto di
vista eurocentrico. Semmai bisognerà cominciare a familiarizzare con l’idea che
la storia, com’è stato suggerito, è un genere storico. Si profila allora
tutto un mondo che non potrà essere storicizzato, che non potrà sedimentare
nella memoria storica. I deserti cesaristici di cui parla Spengler nel Tramonto
dell’Occidente cennano a questi spazi remoti che si profilano di là dalla
Storia e dal Tempo, oltre lo Stato.
Nazionalismo e statalismo, da sempre associati nel
concetto fuorviante di Stato nazionale, sono in realtà fenomeni diversi e
addirittura confliggenti. Il mondo occidentale, statalizzato e storicizzato, è
per ciò stesso privo di spirito nazionale. D’altra parte l’internazionalismo
non è il polo opposto del nazionalismo ma il suo terminus ad quem. Le
nazioni, infatti, tendono a unificarsi; non tanto nel senso della cooperazione,
ma in quello dell’inglobamento; esse tendono, con un movimento inverso a quello
che regola gli sviluppi linguistici, non alla libera e democratica flessione,
ma alla greve, misteriosa agglutinazione. La globalizzazione presuppone le
nazioni, non gli Stati. Probabilmente è stato un errore sottolineare la
distanza e persino lo iato tra le nazioni e l’ordine globale. La galassia delle
così dette multinazionali, queste concrezioni tecno-economiche a vocazione
centrifuga, rappresenta una evoluzione terminale, teleologica, del mondo delle
nazioni.
Nazioni e internazionalismo negano l’idea di Stato
secondo gradazioni diverse: l’internazionalismo marxista prendeva le mosse
dalla rivoluzione nazionale e il fine di questa rivoluzione era coerentemente
indicato nel simbolo ‘asiatico’ (si pensi al Lenin di Stato e rivoluzione)
dell’estinzione dello Stato. Curiosamente, proprio questa nozione di estinzione
dello Stato autorizzava Spengler a emettere il suo caratteristico verdetto: «La
concezione materialistica della storia» si legge in Preussentum und
Sozialismus «è una concezione inglese della storia, l’espressione di un
popolo di liberi Vichinghi e di mercanti». Mercantilismo, concezione
anglosassone, estinzione dello Stato. Che c’entra tutto questo con l’Oriente?
Ascoltiamo ancora Foucault; si cita dall’articolo dell’8 ottobre 1978:
«Sorprendente destino della Persia. Agli albori della storia, essa ha inventato
lo Stato e l’amministrazione: ha affidato all’Islam i suoi segreti e i suoi
amministratori hanno fornito i quadri all’impero arabo. Ma da questo stesso
Islam essa ha fatto derivare una religione che non ha cessato, attraverso i
secoli, di imprimere una forza irriducibile a tutto ciò che, dal fondo di un
popolo, può opporsi al potere dello Stato» (Dits et écrits, cit., p.
688).
Siamo ancora così sicuri che lo stile anglosassone sia
agli antipodi rispetto alla cultura e alla civiltà orientali? Carl Schmitt (Land
und Meer [1942-1954, con un poscritto del 1981], Stoccarda 19933,
p. 94) ha richiamato l’attenzione sulle opinioni di Disraeli, «il principale
politico dell’epoca della regina Vittoria», il quale «disse con riferimento
all’India, che l’impero britannico è una potenza più asiatica che europea [das
Britische Reich mehr eine asiatische als eine europäische Macht ist]». Nel
1876, ricorda ancora Schmitt, Disraeli aveva unito il titolo della regina
d’Inghilterra con quello di imperatrice dell’India. E nel 1847 si era spinto
fino a caldeggiare, in un suo romanzo, il trasferimento della regina in India.
«Egli aveva intuito» commenta Schmitt «che l’isola non era più un pezzo
d’Europa. Il suo destino non era più necessariamente legato con quello
dell’Europa» (Ivi, p. 95). Procedendo su questa falsariga, possiamo cercare di
capire il tentativo, durato nei primi anni Novanta del secolo scorso, di
avviare il continente australiano, tradizionale partner anglosassone, a una
compiuta, irreversibile asianizzazione. «Al primo ministro Keating» osserva
Samuel Huntington «piaceva dire che avrebbe trasformato l’Australia da un paese
tagliato fuori dall’Asia ad uno “tagliato dentro” l’Asia» (Lo scontro delle
civiltà e il nuovo ordine mondiale [1996], ed. it. Milano 1997, p.
221).
E ancora: siamo certi di poter affermare che la continentalità
orientale è la medesima, poniamo, di quella prussiana? C’è anche un modo di
vedere la terra come fosse il mare. C’è un modo di prosciugare il mare,
è vero, ma c’è anche un modo di fluidificare la terra. L’estrema mobilità delle
frontiere, un tratto comune al mondo arabo e a quello americano, non rammenta,
se così posso dire, lo scivolare d’una prua verso orizzonti sempre più ampi? È
comunque un fatto, come ha osservato Danilo Zolo a proposito dei conflitti
balcanici, che accanto a un nazionalismo di tipo territoriale si dà, non senza
oscuri disagi da parte degli analisti occidentali, un nazionalismo diasporico e
trans-continentale, un nazionalismo senza nazione. Strano; senza volerlo questa
affermazione ricorda da vicino il modo in cui Marx, in una pagina dimenticata,
definisce l’essenza della religiosità; egli dice: Die Religion ist…der Geist
geistlöser Zustände; letteralmente: La religione è lo spirito in
condizioni prive di spirito. In un’intervista del 79 Foucault ripropose il
testo di Marx corredandolo di una chiosa forse discutibile e tendenziosa, ma
memorabile: «Si cita senza posa Marx e l’oppio dei popoli. Ma la frase
immediatamente precedente, che non si cita mai, dichiara che la religione è lo
spirito di un mondo senza spirito. Diciamo dunque che l’Islam, in quest’anno
1978, non è stato l’oppio dei popoli, giacché esso, per l’appunto, è stato lo
spirito di un mondo senza spirito» (Dits et écrits, cit., p. 749).
Per aprire le porte allo spirito nazionale, cioè al
dominio del simbolico, occorre aver già superato lo Stato o approssimarsi a
esso indefinitamente. Vorrei ricordare a questo riguardo la scarsa attitudine
colonialista dello Stato prussiano, quello stesso Stato in cui, come usa dire,
si sarebbe incarnata l’espressione più autentica dello statalismo occidentale.
Per Max Weber la politica bismarkiana era colpevole di non stare al passo coi
tempi. Naturalmente Weber riteneva di parlare in nome dello Stato, ma in realtà
contribuiva a sfaldarne i presupposti fondamentali, anzitutto il principio della
territorialità. È nota la battaglia weberiana per il primato del fattore
politico su quello economico. Il suo errore, se possiamo dire così, consistette
nel condurre questa battaglia in nome del nazionalismo. Come principio
espansionistico il nazionalismo possiede essenzialmente due registri
espressivi: quello economico (il registro angloamericano) e quello religioso
(il registro orientale). In questo senso, la politica di potenza auspicata da
Weber era inscritta non soltanto in un’ottica nazionalista, ma anche
orientalista e, a conti fatti, americanista. Il weberismo, intendendo con
questa espressione generica ogni elaborazione teorica concepita in appoggio a
un progetto espansionistico, sia esso economico-commerciale o religioso, il
weberismo, dicevamo, si intreccia alle politiche americane non diversamente dal
modo in cui la prassi orientale di una patria scritturale, o sia una
patria fondata non su un territorio, ma su un ‘canone’ a incremento illimitato,
una patria senza patria, farebbe le veci, secondo una nota tesi di
Spengler, dell’idea occidentale di Stato.
Stringiamo l’angolo. La nostra opinione è che l’espansione dell’Islam sia
coestensiva all’espansione economica del mondo anglosassone. Naturalmente ciò
non è da intendersi nel senso della consequenzialità dei due fenomeni. I due
fenomeni sono coestensivi, o sia muovono nella stessa direzione, dilagano ormai
negli stessi spazi, ma autonomamente. L’economia di mercato e le religioni
nazionali, in primo luogo l’islamismo, hanno in comune la virtù di espandersi,
sono dei dispositivi cinetici. Ciò che chiamiamo globalizzazione è insieme la
condizione e l’effetto di un processo di espansione. Questo è ovvio. Meno ovvio
è chiedersi quali sono, oggi, le forze effettivamente in grado di espandersi.
L’Occidente ha sperimentato la globalizzazione unicamente in senso
storiografico, si è impegnato nel tentativo di unificare il pianeta attraverso
l’idea mai del tutto accantonata di storia universale [Weltgeschichte];
il polo anglosassone dispone dell’economia di mercato, anche se a ben vedere
non si tratta di una vera e propria forza globalizzante; il mercato presuppone
infatti l’esistenza di aree non produttive su cui riversare gli effetti della
produzione: l’economia di mercato è un sistema in bianco e nero, un sistema
contrastato, costitutivamente conflittuale; la globalizzazione tende invece al
grigio, all’uniformità, soprattutto alla semplificazione. Certo,
semplificare non significa necessariamente pacificare. Si pensi per es. al modo
in cui la religione di Maometto, apparentemente complicata da un decoro di
linee ereticali, ha fatto piazza pulita del dogma trinitario. E si pensi,
all’incontro, al modo in cui questo dogma lavora in seno a un sistema
tripartito e statocentrico come quello edificato da Hegel. In definitiva, solo
l’islamismo sembra possedere un’autentica vocazione globalista.
Ma il punto è anche questo: esiste davvero ciò che diciamo globalizzazione? Si
tratta di un processo reale? Oggi questo interrogativo ha il sapore di una
sterile provocazione. Proveremo allora a porre la questione in un’altra
maniera. Dobbiamo introdurre a questo proposito la distinzione (sostanzialmente
fittizia) tra realtà e virtualità. Difficilmente si potrà mettere in dubbio la
vocazione globalista della Rete. In un certo senso la globalizzazione è
L’insistenza sulla centralità della morte e del sacrificio, ribadita ossessivamente
nei proclami del terrorismo arabo, alimenta il sospetto che l’islamismo
stia candidandosi al ruolo di prima religione telematica mondiale.