
L'individualismo
è l'altro nome, quello vero, dell'infelicità. Ma non è affatto un dramma essere
infelici; anzi è una condizione di normalità, una garanzia di stabilità. A volte
la felicità è proprio lì davanti, la vedi bene, lo vedi bene, ma ti rifiuti di
fare quel passo necessario, perché uno "stato d'eccezione", come quello che
inevitabilmente si annuncia con la felicità, mette a disagio.
Pensiamo che essere felici è meglio che non esserlo, ma è una valutazione
astratta. In questi casi prevale il buon senso, la misura, la prudenza. Prevale
l'infelicità. Alla fine saremmo quasi felici se a farsi carico del peso della
felicità fosse un'istanza oggettiva, cioè una forza in grado di assorbire il
contraccolpo e di lasciare intatta la nostra bigia individualità.
La felicità possiede due aspetti, due volti. C'è la felicità a priori di
chi non è mai nato, e c'è la felicità a posteriori di chi può dividere con
pochi, rari commensali il piatto della vita. C'è la felicità del niente e la
felicità della sottrazione, che al niente si avvicina. La felicità riguarda il
niente o vi si incammina. Per questo, in genere, non si dà felicità. Il nostro povero
individualismo è troppo immobile per sentirne l'essenza, troppo mobile per
tastarne l'assenza. Bisognerebbe allora che fosse una forza oggettiva,
illimitata, a farsi carico del peso radicale della felicità.
È quanto succede da trent'anni a Pechino. In Cina la politica di limitazione
delle nascite è in vigore dal 1979. In città è consentito un solo figlio, due in
campagna. (La città è notoriamente più infelice della campagna.) Lo Stato cinese
affronta da tre decenni il problema della felicità; e lo fa con la stessa forza
con cui la Chiesa cattolica affronta da secoli il problema dell'infelicità. La
Chiesa è dalla parte degli individui, ne cura la salvezza; essi, dice, saranno
numerosi in terra come in cielo. Lo Stato è invece una potenza oggettiva e
questo lo obbliga a occuparsi della felicità di tutti, della felicità di
nessuno. La felicità non ha infatti niente di individuale. Tutti gli uomini
felici si assomigliano. Tutti gli uomini infelici si individuano. Il comunismo è
una condición felicitaria almeno quanto il capitalismo genera infelicità.
La famiglia produce individui, dunque essa sta allo Stato come l'infelicità
alla felicità. Sappiamo d'altronde che la famiglia uccide «più della mafia,
della criminalità organizzata straniera e di quella comune» (rapporto Eures-Ansa
2006 “L’omicidio volontario in Italia”) — toccherebbe allo Stato porre fine a
questa carneficina. Ma lo Stato, come la felicità, non esiste. È un gran frizzo
di Stendhal — piaceva a Carmelo Bene —, quello che dice: dio ha la sola
scusa di non esistere.
Lo Stato rende le famiglie felici impedendo loro di delinquere ovvero di esistere. Anche questo è un principio comunista. Lo ritrovi in Platone, in Hegel, ma anche nel cuore di individui fuori del comune e dentro il comunismo, come Jean-Jacques Rousseau.
(Sia detto di passata: essere un individuo come lui, Jean-Jacques, significa rappresentare un'anomalia nel mondo degli individui; significa, alla lettera, non essere più individui.)
Com'è noto, dei cinque figli avuti dalla rammendatrice Thérèse Lavasseur, Rousseau non ne allevò neanche uno, preferendo alla famiglia l'orfanotrofio. Di loro non si seppe più niente. J'ai souvent béni le ciel, scrisse, de les avoir garantis par là du sort de leur père.