Materie sensibili
Teologia breve del Corpo Glorioso
Thomas Mann
dice che il patriarca Abramo «non sapeva raccontare nulla di Dio; nulla almeno
nel senso in cui altri sapevano raccontare dei loro dèi» (Der Junge Joseph, 1934).
Mann tocca qui
un problema cruciale: lo stile aniconico non prevede mythoi, cioè ‘racconti’ capaci di tradurre il corpo di Dio in
immagini, figure, apparenza.
Poco più avanti
Mann offre al patriarca questo pensiero: «Bastava soltanto far uso della
ragione per comprendere che non era possibile cogliere interamente la natura di
Dio».
L’interezza
divina appare con ciò limitata e persino minacciata dall’immagine, dal mito,
dal racconto.
Questo stile del
pensiero, a un tempo cieco e razionale, buio e astratto, entusiastico e ineffabile,
risulta più affine al senso della ‘storia’ piuttosto che a quello del
‘racconto’; s’intreccia meglio al grande tema del tempo piuttosto che a quello
dello spazio.
Inoltre, la
pura e semplice impossibilità di elaborare una storia della pace, sembra indicare
una certa solidarietà tra le tecniche storiografiche e quelle belliche. La
storia, in breve, è storia di guerre.
Le guerre sono
le tappe che contrassegnano lo svolgimento temporale della Weltgeschichte. Ciascuna di esse, assicura Tolstòj, scandisce «il
movimento lento della lancetta della storia universale sul quadrante della
storia dell’umanità» (Война и мир, 1869).
Poco importa,
in tal caso, precisare la natura di questo movimento — rettilinea, fratta o
circolare; più decisiva è la connessione ontologica del tempo e della guerra.
Se non ci inganniamo, essa attende ancora di essere pensata adeguatamente.
Per suggerire
l’urgenza di questo compito è sufficiente qui porre il problema nei suoi
termini più elementari — Finché c’è
tempo, c’è guerra.
A ben vedere,
questo asserto è lo stesso che Hegel pone a fondamento della sua Fenomenologia dello spirito.
Secondo
l’autore di questo temibile libro di guerra, concepito e scritto, è noto, sotto
il rombo dei cannoni napoleonici, il tempo della coscienza e il tempo della
storia sono la medesima cosa; a segno che il concetto di un ‘tempo interno
della coscienza’, come suona una dotta espressione professorale, sarebbe riuscito
per Hegel del tutto incomprensibile.
Due ‘vie’
attraversano
Tale principio
trova un corrispettivo preciso nel modo hegeliano di intendere il concetto di
contraddizione.
Il dispositivo
filosofico che governa la contraddizione si chiama dialettica. Nel nucleo più
fondo della dialettica trova ricetto il ‘lavoro del negativo’. Si tratta di un
fenomeno di incriptamento.
L’incriptamento
è un concetto di origine psicoanalitica e costituisce il pendant oggettivo
della rimozione; esso riproduce il meccanismo della rimozione spostandolo dal
piano della vita psichica individuale a quello della memoria collettiva e
culturale.
Come ha scritto
l’egittologo Jan Assmann, «la formazione di una “cripta” nella memoria
collettiva può essere causata da forti esperienze traumatiche» (Mosè l’egizio, 1997); nel caso di Hegel
e del suo sistema dialettico, l’esperienza traumatica è rappresentata dalla
Rivoluzione francese, e più ancora, forse, dal suo esecutore testamentario,
Napoleone Bonaparte.
Ora, ciò che
alimenta senza posa il conflitto, la dialettica e il negativo, non è che il tempo.
Il quale scorre nella coscienza non meno che nella storia. Gli effetti di
questo duplice scorrimento, di questo flusso omogeneo e parallelo, sono
devastanti. Almeno sotto questo aspetto, la parte finale della Fenomenologia dello spirito non cessa di
impressionare anche il lettore più smaliziato:
[…] erscheint
der Geist notwendig in der Zeit, und er erscheint solange in der Zeit, als er
nicht seinen reinen Begriff erfaßt, das heißt, nicht die Zeit tilgt. […] — Die
Zeit erscheint daher als das Schicksal und die Notwendigkeit des Geistes, der
nicht in sich vollendet ist […].
Dice in
sostanza Hegel: quel che impedisce la perfezione, vale a dire lo stato di pace,
dipende dal fatto che tra l’intuizione e il concetto, tra la coscienza e lo
spirito, scorre il tempo.
Perché
l’intuizione possa comprendersi come concetto, la coscienza come spirito, perché
la pace possa compiersi, occorre che il tempo sia estinto. La coscienza
coinciderà col suo concetto, sarà spirito, sarà pace, alla fine dei tempi; o
sia — mai.
Nel frattempo il conflitto continua a dominare
la scena planetaria. Ciò cade indiscutibilmente sotto gli occhi dell’Occidente.
In epoche prive
di mentalità storica, suggerisce ancora Thomas Mann, il tempo «era meno
attivo», «più unitario e quindi più facile ad abbracciarsi con lo sguardo» (Die Geschichten Jaakobs, 1933). In un
altro testo, Mann utilizza una formola più concisa e incisiva; l’Antike, egli dice, è Gegenwart im Umschwung — un’espressione
pregnante, che possiamo rendere con ‘presente in rotazione’. Qui, certo, cade in
taglio Nietzsche e la sua versione del mito dell’eterno ritorno.
Dobbiamo a
Nietzsche l’invenzione filosofica dei Greci. D’altronde la modernità non è che
questo — l’invenzione degli Antichi, in particolare dei Greci.
Nietzsche
riferisce il racconto di questa invenzione quando afferma che grazie al pensiero
mitico dell’eterno ritorno attinse «6000 piedi oltre l’uomo e il tempo» (Ecce homo. Wie man wird, was man ist,
1889).
Ma per quanto
ormai degradato a formola convenzionale, questo mito nietzscheano non può
essere ascritto, come pensa Heidegger, a una certa rappresentazione del tempo,
ancora meno a una tesi sul movimento. È in questione, piuttosto, una teoria apollinea
della pace.
Rileggiamo al
proposito un appunto molto noto agli studiosi, steso tra la fine del 1886 e
l’inizio del 1887:
Daß Alles
wiederkehrt, ist die extremste Annäherung einer Welt des Werdens an die des
Seins: Gipfel der Betrachtung.
Forse questo
testo prende luce da un altro frammento, che risale agli inizi dell’Ottantatre:
Mit festen
Schultern steht der Raum gestemmt gegen das Nichts. Wo
Raum ist, da ist Sein.
Qui Nietzsche
riflette sul nesso dello spazio e dell’essere. Spazio e essere sono la stessa
cosa. Ciò però non significa che spazio e mondo siano la stessa cosa. Il ‘culmine
della contemplazione’ è intuire l’essere nel divenire, cioè l’immobilità dello
spazio nel tumulto del mondo, la pace del racconto nel vortice della storia.
Nietzsche dice
che è lo spazio, non il mondo, ad accreditarsi ontologicamente dinanzi al nulla.
E lascia intendere che lo spazio non trascende in nessun caso l’essere, ma il
tempo, cioè il divenire, che dell’essere è il principio dissolutore.
Per illustrare
questa dicotomia del mondo e dello spazio non userò Heidegger e la sua pletorica
dottrina dell’essere-nel-mondo, bensì un testo del tutto episodico del Visconte
di Chateaubriand.
Spostiamoci
rapidamente in quella parte delle Memorie
d’oltretomba, in cui è descritto il viaggio in America. Com’è noto, mentre
in Francia impazzava
Un’abbazia si ergeva in cima a un
poggio, monumento di un mondo antico su di un suolo nuovo […]
Ancorché
occasionale, l’osservazione è finissima e scorcia in un lampo un processo millenario:
religione, arte e scienza introducono, nel fatto, il tempo; senza l’uomo la terra
non avrebbe età, o sia storia, e non sarebbe per ciò stesso ‘mondo’.
Sotto lo
sguardo di Chateaubriand le Azzorre sono terra, spazio, non mondo; per questo
il suolo è detto ‘nuovo’, cioè estraneo ai fattori storici e specialmente
predisposto al mito.
Nello stesso
modo appariva la Corsica a Rousseau; e un altro Francese, o meglio un Corso e
più esattamente un Italiano, Napoleone Bonaparte, avrebbe tratto alimento da
quella terra mitica per lanciarsi alla conquista del mondo della razionalità —
come dire il mondo tout-court, quello anglosassone.
Da questa
angolazione le teorie sull’eternità del mondo acquistano un altro significato:
non la terra ma il mondo delle religioni storiche ha un inizio e una fine. Il
dio delle teologie monoteistiche ha creato il mondo non la terra. Su questa
base stretta l’aristotelismo può ancora convivere con la dogmatica cristiana.
Sempre che la Chiesa, va da sé, riapra le porte al pensiero limitando i poteri
dell’etica.
Questo impasto
fatto di tempo e di mondo è il punto critico a cui volevo giungere fin dalle
prime righe.
Questo impasto
è all’origine della nostra ignoranza del corpo, dei corpi.
Abbiamo celato
questa ignoranza sotto la duttile maschera di Dioniso, sotto l’imperativo
categorico del Desiderio.
Ma la prima cosa
che ci è diventata estranea è il pensiero dell’eternità del corpo.
Il rapporto del
corpo con la terra anziché col mondo è rimasto fuori dal nostro orizzonte
temporale.
Entro
l’orizzonte temporale i corpi si smaterializzano in vista del primato dell’anima.
L’anima è per
così dire il fantasma temporale del corpo.
Rovesciare
questo punto di vista, cioè il nostro punto di vista, significa introdurre un
profondo mutamento; un mutamento del genere si chiama μετάνοια.
Secondo un brillante
filosofo contemporaneo, restituire un senso compiuto al concetto di μετάνοια
significa coltivare il
pensiero della sopravvivenza del corpo dopo la morte dell’anima.
Non si tratta
solo di un paradosso, ma della adozione, entro un regime temporale, di una
prospettiva autenticamente mitica.
Il mito pensa
la corporeità nello spazio, non nel tempo; pensa, cioè, l’eternità del corpo;
pensa lo spazio senza il tempo — non
già contro il tempo.
Nello spazio la
coscienza ha già fatto esperienza del suo concetto e la perfectio è già data ab
initio.
Nello spazio si
dispone la ricchezza.
Dice perciò
Léon Bloy: Le temps est un chien qui ne
mord que le pauvres. E più esattamente: il tempo è un cane che morde solo i
poveri di spirito.
In questo
quadro gioca un ruolo fondamentale la rapida teologia paolina del ‘corpo
glorioso’.
La mia piccola
idea è che in questo Occidente cristianizzato e infine eticizzato essa
rappresenti l’ultimo punto di contatto con la percezione mitica dei corpi.
Paolo distingue
notoriamente tra un corpo psichico e un corpo pneumatico, tra un corpo afflitto
dall’ombra temporale di ψῡχή e un corpo
sostenuto dal vento di πνεῦμα.
Solo il corpo
pneumatico è destinato a risorgere, a tornare eternamente.
Ma diversa è la
sostanza di che sono fatti questi corpi. In un caso è sostanza grassa,
nell’altro sottile.
Σάρξ è il nome della sostanza grassa, σῶμα è il
nome della sostanza sottile.
Il corpo
psichico è carnale, il corpo pneumatico è somatico.
Il dato interessante
è che l’elemento psichico e quello pneumatico non si collocano ai due lati di
un rapporto dualistico. Interessante è constatare che il dualismo è tutto interno
al corpo psichico: esso si compone di σάρξ e ψῡχή, di carne e tempo.
Πνεῦμα e σῶμα sono
invece la stessa parola. Sono la parola stessa, il verbo. La cui natura non è
carnale e non è motoria. È sensibile.
Il corpo
pneumatico o glorioso (σῶμα τῆς δόξης: Fil. 3, 21) è il terzo elemento rispetto
al gioco solidale di σάρξ e ψῡχή, il gioco della carne e del tempo.
Il corpo
glorioso schiude così l’ultimo accesso, in Occidente, al dominio di αἴσθησις.
Αἴσθησις non
significa σάρξ, non significa ὕλη, non
significa ψῡχή. Non
è la carne, non è la materia, non è il tempo, non è lo spirito.
È significativo
che la modernità si muova essenzialmente tra questi termini e non lasci spazio
alle ragioni, alle regioni di αἴσθησις.
D’altra parte
non si può liquidare la faccenda affermando che αἴσθησις
significa ‘sensibilità’. Almeno dopo Cartesio, infatti, non è più possibile distinguere sensibilità
e materialità; non senza fare della sensibilità un sottoprodotto della materia
o addirittura qualcosa di immateriale, qualcosa di spirituale.
Nel fatto, αἴσθησις è il
terzo incomodo nel gioco solidale della materia e dello spirito, della carne e del tempo.
Il corpo
glorioso di cui parla Paolo si muove ancora nell’elemento di αἴσθησις.
Come il cielo
appartiene a Zeus e la materia a Poseidone, αἴσθησις è il
possesso caratteristico di Ade, il re degli inferi.
Non bisogna
trascurare il ruolo di questo elemento estetico-infernale nella teologia del
corpo glorioso.
Esso è già
attivo nella domanda insidiosa che apre questa teologia (1Cor. 15, 35-37): Ποίῳ δὲ σώματι ἔρχονται (οἱ νεκροί)? Con quale corpo ritornano i morti?
Paolo è lesto a
sventare l’insidia: la questione, dice, è insensata, stolta; chi la pone è ἄϕρων,
demente. Perché?
Ciò che semini, dice, non vive senza morire.
Il corpo capace
di vita, il corpo che inabita ἐν δυνάμει, nella
gloria, è per ciò stesso — morto.
La metafora del
chicco di grano appare già sbiadita al tempo di Paolo, ma tosto rifulge di
nuova luce se accostata al senso estetico e infernale di αἴσθησις.
I Morti tornano
con l’unico corpo vivo, cioè il corpo estetico e infernale.
Questo è
paradossale: se sono loro i viventi, in che senso tornano alla vita?
In realtà, lo
sanno tutti: i Morti non tornano. Per questo Paolo dice ἄϕρων il
latore della domanda.
I Morti non
tornano perché la vita del corpo è la morte stessa.
I Morti non
tornano perché ritornano eternamente. Essi non divengono, sono.
Ma l’atto di
porre la vita nella morte non cenna in nessun caso a una traiettoria trascendente.
La trascendenza
è un concetto moderno del tutto estraneo alla prima cristianità.
Qui non si
tratta di trascendenza, ma di sensibilità, di forma.
Αἴσθησις, Gestalt.
La morte è
l’aspetto sensibile e finito della vita.
Il desiderio è
l’aspetto trascendente e infinito della vita.
Il desiderio
trascende la vita, cioè la nega.
Il desiderio
lavora al negativo, è il lavoro del negativo, cioè il lavoro del tempo.
Il corpo di
gloria è sensibile alla morte.
Il corpo del
desiderio è insensibile alla vita.
Morte e desiderio
si scindono infine come finito e infinito, spazio e tempo, Apollo e Dioniso.