who's afraid of
communism —
Facci caso, la banalità vera, quella intellettuale, passa sempre traverso il rifiuto del comunismo.
Banale è chi distingue le teorie dai fatti e crede che a un tratto si possa passare dalle teorie ai fatti.
Dietro la possibilità di questo passaggio c'è sempre lei, la paura del comunismo.
Ma il comunismo è proprio un'altra cosa: è l'origine comune, è la natura comune dei fatti e delle idee.
Il comunismo annuncia la fine della paura e l'inizio della certezza — la certezza che il pensiero condivide coi fatti un terreno comune. Ecco perché il filosofo è comunista e il comunista è filosofo. Ecco perché la banalità diffida dell'uno come dell'altro.
Il comunista lo riconosci allora dall'incapacità di "mettere in pratica" le idee.
Di solito un tipo simile viene definito astratto.
A ben vedere, però, astratto è chi rivendica per sé la concretezza, pensando, si fa per dire, che qualcuno o qualcosa ne resti fuori. Ma ritenere che i libri, i filosofi o i comunisti se ne stiano da un'altra parte, cioè fuori dalla realtà, significa ammettere la possibilità di trascendere la realtà.
Il punto è ora questo: una realtà trascesa è una realtà smaterializzata.
Perché solo così, cioè solo se perde sostanza, la materia si divide e si trascende.
Da ciò deriva ogni sorta di dualismo — anima/corpo, spirito/materia, software/hardware, mente/cervello ecc.
Ma il comunista pensa.
Pensa che la materia sia inaggirabile come lo spazio.
Non posso dire, poniamo, che sto a Roma e vado a Berlino, perché Roma e Berlino sono accidenti della stessa sostanza, cioè lo spazio. Dal punto di vista dello spazio o della realtà non mi muovo mai.
Similmente, se spirito e materia sono entità reali, parlare di spirito e materia, distinguerli, è un controsenso.
Comunista, in sintesi, è chi non ha bisogno di realizzare un pensiero, un desiderio; chi va di qua e di là senza muoversi mai; chi non distingue tra ieri oggi e domani. Come un morto nel regno dei vivi, come un vivo nel regno dei morti.