who's afraid of communism —

Facci caso, la banalità vera, quella intellettuale, passa sempre traverso il rifiuto del comunismo.

Banale è chi distingue le teorie dai fatti e crede che a un tratto si possa passare dalle teorie ai fatti.

Dietro la possibilità di questo passaggio c'è sempre lei, la paura del comunismo. (D'altra parte la paura è la condizione stessa del possibile.)

Ma il comunismo è proprio il contrario: è l'origine comune, è la natura comune dei fatti e delle idee.

Il comunismo annuncia la fine della paura e l'inizio della certezza; — la certezza che il pensiero condivide coi fatti un terreno comune. Ecco perché il filosofo è comunista e il comunista è filosofo. Ecco perché la banalità diffida dell'uno come dell'altro.

In senso negativo, il comunista si riconosce dall'incapacità di mettere in pratica le idee.

Di solito un tipo simile viene definito astratto. Ma le cose stanno di nuovo al contrario. Astratto è chi rivendica per sé la concretezza, pensando, si fa per dire, che qualcuno o qualcosa ne resti fuori. Ma ritenere che i libri, i filosofi o i comunisti se ne stiano da un'altra parte, cioè fuori dalla realtà, significa ammettere la possibilità di trascendere la realtà. E' appena il caso di notare che ammettere questa o altre possibilità vuol dire smaterializzare la realtà e spalancare le porte al dualismo (anima-corpo, spirito-materia, mente-cervello ecc.).

In senso positivo, comunista è chi va dicendo: le idee hanno una forma che l'atto rende visibile e il fatto rende sensibile. E chi aggiunge: forma atto e fatto sono le tre dimensioni della presenza.

Ma che ne è dell'aspetto politico del comunismo? Semplice: la sensibilità prende il posto (sempre vuoto) dello spirito — essa non trascende la materia, la vede. Usurpare il posto vuoto dello spirito — o come oggi usa dire: mind —, è il compito politico della rivoluzione comunista.

Ma questa rivoluzione sa di bieco riformismo, anzi è il culmine e la parodia del riformismo. Non si può negarlo. Si tratta infatti di ripristinare i diritti della forma, in filosofia non meno che in politica.

Riformista, in questo senso, è ogni politica che rifiuti di affogare le idee nella prassi o nel divenire, nella storia o nel tempo. Riformista è il pensiero che ci sensibilizza alla presenza. Con l'avvertenza di non confondere la presenza, da cui nessuno esce (nemmeno i morti), con il presente, in cui tutti (come i morti) sono assenti.

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