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Ernst Jünger, Das
abenteuerliche Herz. Erste Fassung [1929], Klett-Cotta, Stoccarda 1987, pp. 105 ss.
Berlino. Uno dei momenti più
esaltanti della vita è quello in cui la vita stessa ci prende di sorpresa —
come quando appare l'animale. La caccia e il lungo viaggio contano per questo
tra i piaceri superiori.
Nelle
ore durante le quali sostiamo alla posta nel folto siamo colpiti talvolta da
uno sguardo non meno straniero che familiare, uno sguardo in cui si palesa il
fondo abisso che divide gli esseri animati, e al tempo stesso il ponte che è
stato gettato tra loro. È come se dall'uomo immerso nella quiete si dispiegasse
un'idea che ora, cornea e piumata, scintillante, volatica e predace, comincia a
diffondersi in misteriose radure. E a ogni moto il respiro si altera come per
l'effetto di uno svelamento proibito e procura una sensazione di cosa non
veduta, il cui sviluppo, però, segue da presso la linea della necessità
incondizionata, quasi che dovesse corrispondere a un'immagine primordiale
serbata intatta nel cuore. È la vita stessa che qui si mostra in caratteri
segreti, in danze solitarie al ritmo di una musica silenziosa — una volta e mai
più, ma una volta per sempre. Così attinge un senso anche lo sparo del
cacciatore che lacera questo gioco, giacché solo quanto affidiamo alla morte si
conserva nella sua essenza imperitura.
In
momenti siffatti riflettiamo più intensamente e la nostra immagine va a
coincidere con quella dell'animale. Tutti questi simboli dello spirito e della
forza che ammiriamo negli antichi stemmi gentilizi, presuppongono uno sguardo
magico, un momento di comunione che la vita ha mutuato con se stessa. Tra le
prede del cacciatore questa è la più formidabile, è l'essenza stessa della
preda, e la semplicità della sua apparizione richiama l'atto della nominazione
nella sfera del linguaggio, somiglia a una di quelle parole che nominano cose
da tempo conosciute, che colgono nel segno una volta e rimangono scolpite per
sempre. Questo succede quando non è solo il parlante a esprimersi ma anche la
cosa stessa in lui. [106]
Ogni lingua è un libro d'avventure in cui si è condensata la storia di inauditi
bottini e magnifiche retate. Ogni parola è un trofeo, e la filologia una
variante più sottile della storia militare.
***
L'istante
in cui l'animale appare è anche quello decisivo che ne rivela la natura amica o
nemica. Ci sono momenti incomparabili nei quali dimentichiamo la prudenza al
modo della selvaggina che guata e fiuta nel sortire dalla tana, e con pochi
tocchi leggeri accorda l'essere come uno strumento pronto a cantare e vibrare
secondo il piacere di un dio. Per questo amiamo stringere rapporti in presenza
del vino, perché è più facile valicare la cinta del cuore. Da un attore ci
aspettiamo la stessa cosa; gli chiediamo di mostrarci la vita come se nessuno,
per così dire, lo stesse osservando, vogliamo che ci ignori come la selvaggina
di passaggio in una riserva di caccia. Quanto maggiore è l'impressione che
l'evento sulla scena goda di una propria e indipendente legittimità e susciti
pertanto l'idea di un organismo autonomo, tanto più intensa l'illusione. Del
pari, un monologo riesce più efficace se dissimula il suo intento di rivolgersi
a un pubblico. [...]