Come cambia l'università
Una nota di filosofia morale
L'università sta cambiando. Gli effetti della legge 240 sono già in atto. Uno
degli obiettivi meno clamorosi e per questo più profondi della così detta
riforma è la riduzione progressiva, addirittura quotidiana di quello stato di pericoloso o
elitario isolamento in cui versava fino a ieri l'università. La distanza dal
mondo scolastico vero e proprio, diciamo dalla scuola dell'obbligo alle
superiori, è destinata a scomparire rapidamente. Lo studente potrà finalmente
transitare dalla famiglia alla scuola fino all'università senza traumi. Potrà
finalmente fare a meno di quell'esperienza anacronistica che qualcuno
ancora oggi si ostina a chiamare maturazione.
Il fenomeno del progressivo assorbimento dell'università entro l'orbita
scolastica è destinato a ridisegnare la vieta funzione professorale. Un segno di
ciò si coglie già nel fatto che le occupazioni e le preoccupazioni del docente
diventano sempre più estrinseche. Di rimando, però, il nesso tra l'attività
didattica e la ricerca si fa sempre più stretto. Mentre infatti nella vecchia
università spettava alla ricerca orientare l'insegnamento, per cui era
giocoforza sostare sulle cose per tutto il tempo richiesto dalle cose stesse,
oggi il rapporto viene letteralmente capovolto e la didattica prende sempre più
saldamente in mano il timone della ricerca. Con conseguenze importanti. Nelle
facoltà umanistiche, per es., diventa sempre più sterile
rileggere un classico sulla scorta di ricerche originali ma inattendibili,
mentre si assiste sempre più frequentemente alla sobria esecuzione di una
metodica basata su schemi e moduli al passo con l'editoria specializzata. Questa
tendenza sembra preludere al rilancio in grande stile di una nuova e più potente manualistica di settore.
Il drastico ridimensionamento della personalità del docente trova un'adeguata
compensazione nel suo impiego in ambiti fino a poco tempo fa impensabili. Per
prima cosa, lo accennavamo prima, egli è chiamato a lenire o addirittura
eliminare i turbamenti che ancora oggi minacciano e in certo modo offendono la
libera e cristiana formazione degli studenti. Sotto questo rispetto
l'abbassamento dell'età della docenza prevista dalla legge costituisce un punto
di vantaggio. Il giovane docente può captare assai meglio le esigenze dei
giovani allievi. C'è da sperare che questa simbiosi tra studenti e docenti, come
succede già in qualche benemerito ateneo, possa spingersi fino
all'intercambiabilità dei ruoli: la capacità del docente di immedesimarsi nello
studente, di pensare come lui, persino di agire in sua vece, è un'occasione
preziosa per arricchire di nuovi elementi il vecchio e statico rapporto
accademico.
La scabra distanza da cui parlava il vecchio docente si risolve così a tutto
vantaggio dell'ammiccamento psicologicamente addestrato. In luogo di quei corsi
accademici troppo impegnativi e troppo ambiziosi, che spingevano il docente a
misurarsi solo con se stesso ignorando i poveri studenti che pagano le tasse,
cresce a vista d'occhio la tendenza a ritagliare programmi e lezioni sulle
misure forse più modeste ma ben più concrete e fattive della moderna vita
associata. Oggi il docente non se ne sta più rinchiuso nel suo studiolo a
rimuginare false teorie, ma rivendica con orgoglio la sua appartenenza al
“territorio” e la domenica si reca allo stadio con la stessa passione che
durante la settimana alimenta i suoi sani interessi pedagogici.
Questa vera ma pacifica rivoluzione che attraversa la funzione docente fa capo a
un nuovo modo, certo più proficuo, di valutare il lavoro intellettuale. Il tabù
della “qualità”, un antico retaggio teutonico, è stato definitivamente
abbattuto. Ed è con l'entusiasmo dei neofiti che i giovani docenti universitari
si dedicano oggi alla misurazione oggettiva delle proprie e altrui capacità.
Un'ondata di fresca razionalità irrompe sulla prassi stantia dei privilegi
baronali: la virtù del nuovo docente va moltiplicata con esattezza per le ore
d'insegnamento e il numero di firme apposte onestamente sui registri, questi
testimoni infallibili della legalità e della moralità accademiche. E chi sgarra
dovrà vedersela con la propria coscienza, ammesso che ne abbia una.
Una siffatta ventata d'aria pulita deve spingere a dilatare la disponibilità didattica del docente ben oltre i limiti dell'indecente corporativismo di un tempo. Bisogna insomma spalancare gli atenei alla Vita, alla Normalità, alla Socialità. Questo auspicabile livellamento del lavoro intellettuale implica in primo luogo l'estensione dell'insegnamento a tutti i giorni della settimana, con l'eccezione, per ora, della santa domenica, da dedicare la mattina al papa e il pomeriggio allo stadio. Ma ci auguriamo soprattutto di vedere finalmente abolito in tutti gli atenei cristiani quel pregiudizio dal fosco profilo semitico chiamato shabbat (riposo).
La cultura non deve più sopire, ecco lo slogan dei nuovi
tempi. Gli atenei devono funzionare senza sosta come la televisione, come gli
ipermercati. E alla logica stitica del privilegio deve subentrare una prassi
diffusa, dall'apparente tenore poliziesco, che stimola e reindirizza con rara
efficacia tutte quelle energie che un tempo andavano sprecate in studi e letture
tendenzialmente asociali (Nietzsche e compagnia bella).
Passiamoci infine una mano su quel che abbiamo di più caro — coscienza, cosce o
testicoli. Erano forse più legali, più morali i metodi di una volta? Ne
dubitiamo. Nessuno rimpiange più quel viscoso potere accademico, all'ombra del
quale s'intrecciavano senza posa affari e malaffari. Meglio allora questo
spirito nuovo, così rispettoso del lavoro collegiale, così curioso
dell'efficienza degli altri. Esso ha dalla sua anche la sincerità dei propositi,
perché si qualifica senza indugio per quello che è — delinquenza allo stato
puro.