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B. Groys, Politik der Unsterblichkeit, Hanser, Monaco 2002 

 

TK. [...] Se Kierkegaard non fosse stato impotente, se avesse avuto rapporti soddisfacenti, se fosse riuscito a penetrare Regine Olsen — è l'argomento usato da [Leone] Chestov —, non avremmo avuto una filosofia di Kierkegaard.

BG. Questa concezione attraversa una regione vasta e diversificata della filosofia, da Chestov a Goebbels — si tratta di pensatori postmarxisti [...] che dipendono dalla filosofia della vita; costoro ritengono di prendere posizione tra i viventi, pensano che la loro situazione riguardi la vita, che sia dunque una situazione vitale e che quando nella vita succede qualcosa di tragico, di traumatico, scatta la fuga verso l'aldilà, verso l'assoluto. Ma è un apprezzamento inesatto, perché in primo luogo noi non viviamo nella vita, viviamo alla presenza dei morti — se siamo traumatizzati, è colpa dei morti. La vita non può avere un effetto traumatizzante, in quanto ciò che è vivente è effimero [...] I morti sono una cosa molto più seria per noi, perché se da un lato, dio sia lodato, sono morti, dall'altro continuano a darci ai nervi. / [...] questo significa che ci muoviamo in uno spazio simbolico, nel quale abbiamo rapporti non solo coi viventi, ma anche e soprattutto coi morti. A rappresentarli in questo spazio sono le loro opere, le loro immagini, le loro teorie, le loro attitudini, il loro linguaggio. Sono tutte cose di cui ci serviamo — dai morti riceviamo il dono dell'economia simbolica. Nasce da qui l'obbligo di rappresentarci, di tracciare i nostri segni, di creare la nostra immagine, e in fondo anche l'obbligo di disegnare la nostra tomba, la nostra bara, il nostro cadavere. Esigenze del genere non provengono dalla vita, non provengono dai viventi o dal contesto di una catastrofe reale. Questo è anche il motivo profondo dell'insufficienza della maggior parte delle teorie sociologiche che argomentano in nome della società — e designano unicamente la società dei viventi. Il fatto è che noi agiamo soprattutto nella società dei morti; e in quanto testimoni dell'eredità culturale, questi morti non sono morti. Del resto la cultura di massa comprende molto meglio dell'odierna teoria critica questo stato di cose: nei film hollywoodiani i soli personaggi veramente colti sono i vampiri, o sia i morti che non sono morti. / Se Kierkegaard, mettiamo, non poteva giacere con Regine Olsen, avrebbe potuto comunque ucciderla. Avrebbe potuto diventare un serial-killer e uccidere altre ragazze. Ma se invece di uccidere ci si mette a scrivere libri, è perché si è passati a un altro registro economico, un registro diverso da quello dell'economia del desiderio.

[...]

TK. [...] Quando lei tocca il tema del materialismo dialettico, della sua capacità di trasformarsi senza posa, [...] sembra quasi di assistere a una descrizione del decostruzionismo. Forse che il decostruzionismo teorizza ciò che il comunismo sovietico ha già anticipato? [...]

BG. [...] Nel suo libro su Marx Derrida scrive che il materialismo dialettico sovietico è stato solo una forma di dogmatismo, e che in quanto tale non merita alcuna attenzione. Questo è un errore. Il materialismo dialettico non è affatto dogmatico — al contrario, esso muove contro ogni specie di dogmatismo. Il materialismo dialettico parte dallo svolgimento di un processo reale e materiale — il processo di sviluppo delle forze di produzione —, e afferma che un siffatto processo sfugge alla comprensione dello 'spirito'. È questa la differenza centrale tra la dialettica hegeliana e il materialismo dialettico: nella concezione del materialismo dialettico il processo materiale dello sviluppo tecnico sfugge alla coscienza umana. Dunque non c'è una sintesi definitiva, non si dà, alla fine della storia mondiale, l'abolizione di tutte le opposizioni; al contrario, le opposizioni non cessano di agire sul piano della prassi materiale e agiscono tutte simultaneamente. È la celebre legge dell'unità e della contraddizione degli opposti, il cuore del materialismo dialettico. Questa legge esclude ogni possibile dogmatismo — nel fatto, essa esclude in via preliminare ogni sorta di posizione sostenibile dal punto di vista logico, giacché una posizione logica deve necessariamente escludere il suo contrario, o sia deve rinunciare alla legge dell'unità dei contrari. In questo senso il materialismo dialettico è un antidogmatismo rigoroso, e la sua funzione è quella di immunizzare integralmente le decisioni della direzione del partito da tutte le possibili obiezioni. Quando non si dispone di potere, si è necessariamente dogmatici, perché in questo caso si parla solo in nome di un principio, di una convinzione, di un dogma. [...] Heidegger, che è stato il modello di Derrida, è certamente il teorico totalitario del XX secolo. Ma non perché sia stato fascista o nazional-socialista — questa è una stupidaggine. Piuttosto perché egli ha riconosciuto al tempo il diritto illimitato di dettare la verità. A essere precisi, Heidegger non gradiva del tutto le verità del suo tempo. Ha interpretato il suo tempo come il regno illimitato della tecnica — e questo non gli piaceva affatto. Ma riteneva che protestare contro il suo tempo, in nome di un principio astratto o di un'attitudine personale, fosse una cosa indegna — proteste di questo genere gli apparivano cariche di risentimento, antifilosofiche e in fin dei conti indegne. Gli sembrava assai più dignitoso procedere di pari passo col suo tempo [...]. Occorre allora affermare che è l'antidogmatismo — non già il dogmatismo — il nucleo effettivo di ogni totalitarismo. Tutte le dittature politiche si fondano al postutto sulla dittatura del tempo. L'impossibilità di sottrarsi al proprio tempo, di sfuggire alla prigione dello spirito del tempo, di emigrare oltre il proprio presente, è la schiavitù ontologica sulla quale riposano tutte le schiavitù politiche o economiche. Le moderne ideologie totalitarie si riconoscono infallibilmente dall'intento di negare la possibilità della sovratemporalità — dal punto di vista di queste ideologie, esiste solo ciò che è contemporaneo o passato [...]. Per contro, il dogmatismo risponde sempre al tentativo di sfuggire al tempo e di situarsi nell'elemento sovratemporale, di sostare su un piano che oltrepassa i limiti di un'epoca, sul piano dell'immortalità; in una parola: nel dogma. Ebbene, il materialismo dialettico, in linea con le tesi di Heidegger, sostiene che l'Essere è il tempo — che non possiamo sottrarci alla dittatura del tempo. Il tempo ha sempre ragione, così Victor Schklovski riassumeva l'ideologia dell'era staliniana. Il dogmatismo è invece la fonte di ogni resistenza contro il potere totalitario del tempo, ché dogmatico è chi sostiene che determinate idee e cose sono sovratemporali — senza poterlo provare, s'intende.

[...]

TK. In concomitanza con lo smembramento delle grandi strutture imperiali — da ultimo l'Unione Sovietica — e delle loro ideologie, il soggetto ha perduto il suo statuto autonomo, è sortito dalla capsula individuale, si è aperto — per lo meno dal punto di vista teorico. [...] Ritiene ci sia oggi una corrispondenza tra i due movimenti [...]?

BG. Sicuramente. Tale corrispondenza è perfettamente visibile, per es., nella retorica comunemente usata per descrivere l'attuale rapporto tra la politica e l'economia. Si dice continuamente che oggi l'economia ha sommerso il soggetto politico, lo ha scalzato dalla sua posizione: il soggetto politico non è più in grado di controllare l'evoluzione economica, il flusso dell'economico lo distoglie dai suoi compiti, lo dissolve. Si utilizza la stessa retorica a proposito dell'erotismo, dei flussi erotici e della libido inconscia. Se individuiamo nell'economia il volto libidico della politica, è perché ci troviamo in una fase in cui la libido economica o la libido dell'economico — la fede nel danaro — ha sommerso il soggetto politico. Il soggetto politico è incapace di controllare la sua stessa riproduzione. L'esistenza del soggetto è soggiogata da flussi economici che egli non può comprendere, limitare o controllare. È senza dubbio in questione l'abdicazione del soggetto, compreso il soggetto politico. Per conseguenza lo Stato si è gradatamente trasformato in un cerimoniale. Il comunismo è stato l'ultimo tentativo storico di sottomettere interamente i fatti economici al soggetto politico. Questa è, in senso stretto, la posizione di un comunismo conseguente. Oggetto del comunismo è la libertà dell'uomo, non certo lo stato di schiavitù — più precisamente, si tratta della libertà dell'uomo rispetto alle costrizioni economiche; è in gioco una sovranità, che si definisce in rapporto alle decisioni economiche. Se prendo una decisione economica nel contesto dello Stato comunista, rifletto anzitutto sulla sua pertinenza politica. A seconda che si tratti di una pertinenza positiva o negativa, dico di sì o di no. Oggi si fa un ragionamento inverso: si prendono decisioni politiche sulla base delle loro possibili conseguenze economiche.

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Boris Groys, L'inconscio parla polacco, in Groysaufnahme. Philosophische Gedanken zum Kino, Colonia 2007, pp. 114-115.

Il nuovo film di David Lynch, Inland Empire (2006), è sicuramente un capolavoro - un'enciclopedia che raccoglie tutti i metodi e le procedure della moderna cinematografia e che occuperà senza dubbio un posto di rilievo nell'ambito degli studi sul cinema. Ci colpisce soprattutto questo aspetto formale dell'opera. Certo, a prima vista il film appare oscuro, misterioso. Ma è un'impressione ingannevole. Inland Empire rende assai più esplicito ciò che nei precedenti film di Lynch è rimasto inespresso.

Tutti i film di Lynch trattano di uomini minacciati dall'alterità, dall'Inumano - una minaccia che viene dall'esterno, ma soprattutto dall'interno. Qui le forze della grazia combattono contro quelle del male, sicché in parte l'uomo è un trastullo di queste forze e in parte le incarna. Ad ogni modo è chiaro che Lynch non crede alla possibilità di una redenzione e di una finale armonia.   

Per quanto diversi, i film di Lynch ripetono sempre lo stesso conflitto. In essi il tempo scorre circolarmente. Si 'gira' in circolo - il circolo delle passioni, delle minacce, delle occasioni; e si fa sempre ritorno alle figure principali, alle situazioni di fondo. È l'eterno ritorno del Medesimo. L'opera di Lynch è contrassegnata proprio da questa insistenza e ripetitività. Gli spiriti malvagi sono sempre lì - non si lasciano placare né vincere. Essi, piuttosto, formano un "Inland Empire" nella psiche di ognuno di noi - un impero di cui vorremmo e dovremmo essere i sovrani, ma che invece sfugge al nostro controllo. Ebbene, da dove vengono tutti questi spiriti malvagi? Siccome nessuna psicoanalisi è in grado di rimuoverli, la loro origine deve essere transindividuale, devono venire veramente da fuori. Benché le figure dei film di Lynch siano situate nella realtà americana, l'impressione è che esse non si trovino 'effettivamente lì' e che siano invece 'haunted', cioè possedute dagli spiriti; questi spiriti, tuttavia, non sono individuali bensì, se si vuole, cosmico-storici [welthistorisch]. Il che finalmente scioglie il mistero dei precedenti film di Lynch: gli spiriti malvagi vengono dalla Polonia e in generale dall'Europa dell'Est. L'Europa dell'Est situa sul piano geopolitico il luogo del Perturbante - questa porzione di Europa è l'inconscio collettivo della civilizzazione occidentale. L'inconscio parla polacco.

Sebbene la maggior parte degli eroi dei film di Lynch siano onesti americani, le forze che li possiedono hanno manifestamente un'altra origine, un'origine extra-americana, perché la logica che seguono non è americana - è la logica del totalitarismo, della violenza incontrollata, del cieco destino. La localizzazione geopolitica di questa logica diventa particolarmente evidente se guardiamo le foto che Lynch ha scattato di recente in Polonia. Anche se si tratta verosimilmente di immagini di normali impianti industriali, l'osservatore, sia per le scritte in tedesco sempre rintracciabili in queste foto, sia per la sottile atmosfera che le impregna, richiama alla mente anzitutto Auschwitz, ma anche lo sfollamento dei tedeschi dopo la seconda guerra mondiale, il tramonto del mondo tedesco dell'Est. In questo contesto mi sembra interessante una foto di Lynch in cui la città di New York appare dietro una rete metallica che ricorda quelle dei campi di concentramento. La sensazione della minaccia storica è evidente anche in un disegno di Lynch in cui si vede una casa tipicamente americana attorno alla quale volano minacciosi aeroplani, razzi, dischi volanti e altri strani apparecchi.

I confini che separano la coscienza e l'inconscio coincidono per Lynch con i confini tra Occidente e Oriente fissati dalla guerra fredda, senza peraltro distinguere con precisione tra i diversi tipi di totalitarismo. Per conseguenza anche la psiche umana è profondamente divisa tra Occidente e Oriente, la sua condizione è caratterizzata da un'eterna guerra fredda con se stessa. L'occidentale non può vivere e dormire in pace perché i suoi sogni parlano con l'accento dell'Europa dell'Est e mostrano la caratteristica depressione e desolazione di quei luoghi. Non è possibile dominare l'impero esteriore se l'impero interiore dei sogni sfugge al controllo della soggettività vigile. L'eroina dell'ultimo film di Lynch risolve il problema nel tradizionale modo americano: uccide il suo inconscio polacco. È una buona soluzione. Nell'attuale Europa postcomunista è assolutamente praticabile. Si tratta però di vedere se funziona altrettanto bene nei paesi extraeuropei, per es. in Irak.

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Kill Bill

«[…] vorrei interpretare questo film soprattutto come un contributo alla discussione sulla globalizzazione — in particolare come un contributo che mette in questione una premessa assai diffusa nel modo in cui viene generalmente condotta la discussione sulla globalizzazione. Globalizzazione è per lo più sinonimo di americanizzazione. Così, nel film di Jacques Tati Mon oncle (1958), si mostra come una nazione ‘arretrata’, la Francia, tenti improvvisamente di modernizzarsi, cioè di americanizzarsi. Ne derivano situazioni di straordinaria comicità. In effetti la gente prova un senso di goffaggine quando cerca di ambientarsi in un’altra cultura, perché non tutto quello che si vorrebbe fare riesce bene. C’è come una frattura tra i loro corpi conformati in un certo modo, con un peso e un’andatura determinati, e il nuovo modo di muoversi, progressista e modernizzato. Nel film di Tati i corpi dei Francesi non sono abbastanza atletici, sono troppo impacciati per adattarsi allo stile di vita moderno, cioè americano.

La grande trovata di Kill Bill consiste nel mostrare che gli stessi Americani sono vittime della globalizzazione. Gli Americani vogliono comportarsi e muoversi come i Giapponesi o i Cinesi. Ma nonostante gli sforzi onestamente profusi per maneggiare correttamente la spada e uccidere chiunque con un agile movimento della mano, i risultati non sono del tutto soddisfacenti. I corpi e il portamento non si adattano interamente all’immagine desiderata. I movimenti conservano un pizzico di americanità — non sono abbastanza flessibili. Sicché tutto quello che deve sortire da questi corpi e da questi movimenti riesce irrimediabilmente esagerato, inattendibile, goffo. L’Americano che vuol fare il Cinese offre il singolare spettacolo di una incredibile fatica fisica e spirituale e al tempo stesso trasmette un sentimento di pena. Conosciamo già dai precedenti film di Tarantino questa atmosfera caratteristica — è il caso di certi gangster di provincia che si sforzano di apparire il più possibile cool, ma che alla prima difficoltà rimangono paralizzati. La progressiva orientalizzazione dell’America è un fenomeno che sicuramente non è sfuggito a Tarantino. Un numero sempre più cospicuo di eroi americani che solcano l’aria e pasticciano con la spada si è ispirato alle tendenze asiatiche — Matrix (Larry & Andy Wachowski, 1999) ne è solo l’esempio più noto. Di eroi nati come Superman o Batman non ce ne sono più. Per mettere a segno azioni eroiche è necessario adesso un lungo e faticoso apprendistato. Questo processo di indottrinamento non è di tipo individualistico-americano ma oriental-burocratico. La concezione burocratica dello statuto dell’eroe è mutuata dai film asiatici — è il modello sempre più accreditato a cui si ispira la cultura di massa occidentale.

Ma qual è allora il messaggio di Kill Bill? Per prima cosa si tratta della minaccia che nasce dalla fusione tra culture diverse e dal conseguente sviluppo di un contesto in cui gli eroi, costretti a subire regole estranee alla loro cultura, appaiono disorientati. Ma in secondo luogo c’è il tentativo di dominare lo spaesamento e l’inadeguatezza traverso un’ironia che emancipa i personaggi dai rispettivi contesti culturali. Proprio là dove la globalizzazione e l’internazionalizzazione producono goffaggine e inefficienza, nasce il plusvalore artistico — grazie all’ironia. Ma in Kill Bill solo i maschi risultano goffi e inefficienti. Le donne si adattano più in fretta alle culture straniere. Nei film prodotti a Hong Kong le donne hanno esattamente la stessa forza degli uomini. […] La comparsa di una terribile donna assassina fa seguito a ogni ondata di femminismo attivo. In questo senso Kill Bill è un film post-femminista. Il vecchio spauracchio viene riesumato e al tempo stesso disinnescato, in quanto è attribuito alla tradizione cinese. Il rimando a un’altra cultura serve qui a tematizzare in forma ironica e disarmata i conflitti interni alla propria. Anche questo è un atteggiamento tipico di una cultura che tende alla globalizzazione. E anche la cultura americana sta perdendo a poco a poco il suo consueto provincialismo.

 

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