secondo dialogo tra sordi
A Sono entrato nella rete che avevo quarant'anni.
B Una specie di tardone informatico –
A Ma libero per quattro decenni di godere delle cose di fuori.
B Sole cielo mare?
A No, pensieri.
B La rete non pensa?
A Penso a quelli delle generazioni successive, quelli che sono entrati tra i quindici e i diciott'anni. Quando noi aprivamo un varco nella rete stretta delle famiglie, loro se ne cucivano un'altra addosso.
B Di famiglia o di rete?
A Stessa cosa, cambia solo l'estensione.
B Forse è in questione un'altra idea di libertà, meno scontata.
A Piuttosto un'odissea all'insegna della claustrofilia. Una generazione incapace di sbattere sulle cose. E malgrado i sacchi di scrittura che i blogger accumulano ogni giorno, questi sono tempi senza scrittura, dato che pensare e scrivere significa occuparsi di cose. Solo da dentro, cioè in famiglia o nella rete, il neurone sembra più importante dello Stato.
B Spiegati.
A No, questo lo fanno meglio loro. Passano tutto il tempo a spiegarsi. Peccato che non ci sia modo d'intendersi per iscritto. Infatti non si scrive per dire qualcosa a qualcuno, ma per dire le cose.
B Anche loro dicono le cose.
A In realtà presuppongono sempre un interlocutore. Conoscono o immaginano i loro lettori. Non parlano al niente come sapeva fare solo il libro.
B Semplicemente un altro modo di pubblicare.
A Farei una precisazione. Uno scritto registrato sulla rete non è uno scritto pubblicato, ma uno scritto pubblico. Tra un testo pubblico e un testo pubblicato c'è un po' la differenza che passa tra la panchina comunale e il sofà di design. La prima è una forma imposta dall'economia, la seconda dalla cultura. La rete pensa in termini di economia, nel senso letterale del termine: economia domestica.
B Alla fine l'importante è sedersi.
A L'importante è sedarsi.