Il profitto e il cammello

La chiamano concorrenza. Il significato di questa parola è ritenuto scontato. C'è un mercato, dicono, e c'è la concorrenza delle offerte. Il capitale, aggiungono, prevede l'uno e l'altra. Si può dubitare di dio, ma non di queste cose.

Eppure è altrettanto chiara un'altra cosa, e cioè che l'applicazione effettiva del principio della concorrenza limiterebbe fatalmente i profitti. In questo senso. Se siamo in tre a guadagnare, guadagniamo meno che se fossimo in due. La deriva monopolistica nasce da questa constatazione elementare. E trae alimento dalla persuasione inconfessabile che la concorrenzialità è un'ipotesi intimamente ostile al capitale. Rispetto agli esperimenti di economia pianificata della prima metà del secolo scorso, che rappresentano il nemico esterno del capitale, la concorrenza gioca il ruolo opposto, quello del nemico interno. Il nemico più insidioso del capitale non è il vecchio socialismo ma la minaccia sempre rinascente della concorrenzialità.

La questione della concorrenza pertiene all'aspetto teorico del capitale. Ma il punto è che il capitale non ha alcun bisogno di teoria. Il capitale ha bisogno di profitto e una teoria del profitto non fa che dilazionare il momento del profitto. Dal punto di vista del capitale ogni teoria è in perdita.

Tra teoria e capitale vige lo stesso rapporto, messo in luce a suo tempo nella Dialettica dell'illuminismo (1947), che regola gli scambi tra scienza e filosofia: la scienza è uno «strumento» e come tale «non ha alcuna coscienza di sé»; il pensiero come ‘coscienza’ della scienza «contraddice al concetto stesso di scienza», che nella sua essenza è «mera operatività» [bloßes Operieren] e «esercitazione tecnica» [technische Übung]. Cioè ripudio di ogni coscienza. Sembra dunque lecito affermare che il criticismo, vale a dire la prima filosofia che ha ragionato sui fondamenti della scienza, ha ottenuto due risultati nello stesso tempo: ha fondato e affondato l'epistemologia. Continuare a ragionare sulla scienza, dopo Kant, significa chiudersi alla scienza non meno che alla filosofia.

Torniamo alla concorrenza. La discussione su questo tema è diventata quanto mai attuale a seguito della introduzione, in Europa e da ultimo in Italia, delle politiche di liberalizzazione. Si tratta, com'è noto, di estendere il principio concorrenziale a una serie di categorie o caste economiche e commerciali a regime vocazionalmente monopolistico. La reazione corporativa non si è fatta attendere e cresce di giorno in giorno. A buon diritto. Perché siffatti provvedimenti presuppongono la possibilità di razionalizzare i flussi di capitale. Ma razionalizzare il capitale significa anzitutto ridistribuirlo e una ridistribuzione del capitale disdice nel modo più clamoroso la logica del profitto, secondo cui il denaro non deve “girare”, ma deve “cumularsi”. La forma del denaro non è il circolo ma il triangolo isoscele.

Siamo ormai arrivati alla fine del percorso. Per secoli si è ricavato il profitto dal lavoro come il miele dal favo. L'industria pesante ha rappresentato il culmine di questo processo. Ora però il profitto ha dato il benservito al lavoro, pesante e leggero. A rigore non è vero, come è stato detto, che è finito il lavoro; è vero piuttosto che è finito, mortalmente esaurito, il rapporto secolare tra il lavoro e il profitto. Il profitto ha "scaricato" il lavoro semplicemente perché il lavoro non rende più. La nuova frontiera del profitto è del resto sotto i nostri occhi, è la crisi del lavoro. La crisi mondiale del lavoro ha sostituito il lavoro come fonte del profitto. Il profitto è in crisi, cioè nella crisi. Uscire dalla crisi significherebbe allora uscire dalla logica del profitto e sarebbe come uscire, in groppa al cammello, traverso la cruna dell'ago.