Anima morale, corpo politico
(relazione pronunciata di fronte al sindaco e all'assessore alla
cultura del comune di Catania il 23 aprile 2010)
È nota la trattazione crociana del rapporto tra etica e politica: lo «spirito
etico» scrive Croce in pagine giustamente famose «ha nella politica la premessa
della sua attività e insieme il suo strumento, quasi un corpo che esso riempia
di un’anima rinnovata e pieghi ai suoi fini». In altri termini, la morale sta
alla politica come l’anima al corpo; e come il corpo ospita l’anima ordinatrice,
similmente la politica accoglie la morale e si dispone ai suoi fini. L’amoralità
della politica, spiega subito dopo Croce, non è che l’«anteriorità della
politica alla morale»; questo però, avverte il filosofo, non significa che la
politica generi la morale «in una sorta di partenogenesi»; non si creda, cioè,
che «possa darsi in concreto un politico privo affatto di coscienza morale»,
perché questo significherebbe «ammettere che si possa essere “uomo politico”
senza essere “uomo”» (Elementi di politica [1923], in Etica e politica,
1931).
Fin qui, Croce. È chiaro che questa impostazione del problema, che potremmo
definire per comodità classica o addirittura canonica, non è applicabile alla
situazione odierna. Ogni tentativo di applicare l'assunto crociano alla
situazione odierna riuscirebbe penosamente anacronistico e peggio ancora
astratto. Oggi l’uomo politico preferisce rinunciare alla sua appartenenza al
genere umano, preferisce condividere il genus con qualsiasi altro essere,
sia esso vivente o meccanico, piuttosto che concepire il proprio corpo politico
come uno strumento a disposizione di un’anima morale che non gli appartiene e
che di fatto percepisce come un ostacolo al pieno esercizio dei suoi poteri.
Ma per quanto anacronistica o astratta, la citazione crociana con la quale ho
aperto questo breve intervento contiene tuttavia una metafora che intendo
conservare per lo sviluppo di un concetto tutt’altro che astratto. La metafora è
quella offerta dal nesso anima-corpo. Com’è noto, da quando la politica ha
definitivamente rinunciato a ogni parvenza di moralità, quest’ultima ha trovato
ricetto in un istituto che l’ha fatta propria perché a sua volta ha smarrito
ogni rapporto con la politica. Parlo della chiesa cattolica. Sotto questo
rispetto, politica e morale stanno tra loro come stato e chiesa, o anche,
metaforicamente, come corpo e anima.
Nella situazione attuale, diciamo così nella tarda modernità, il nesso del corpo
e dell’anima subisce una trasformazione caratteristica. A rigore non è più
possibile parlare di elementi connessi. Il corpo può fare a meno dell’anima e
l’anima del corpo. Da tempo la chiesa non è più un interlocutore dello stato. E
questo è un fatto scontato. Più interessante, a mio avviso, è constatare la vera
novità, e cioè che lo stato non è più l’interlocutore della chiesa. Nel ruolo di
fiduciaria dell'etica contemporanea la chiesa non dialoga più con lo stato. La
chiesa fa a meno dello stato come la morale fa a meno del corpo.
Bisognerebbe adesso cercare di puntualizzare, nei limiti di queste
considerazioni occasionali, il senso di una scissione, quella cioè tra stato e
chiesa, tra politica e morale, tra corpo e anima, che oggi non ha più neppure il
sapore di una contrapposizione. C’è un recente documento che può illustrare
questa situazione da una angolazione molto particolare. Mi riferisco all’Istruzione
della Congregazione per la dottrina della fede, pubblicata il 12 dicembre
del 2008 col titolo di Dignitas personæ. Cito dal capo decimo della prima
parte:
La Chiesa, giudicando della valenza etica
di taluni risultati delle recenti ricerche della medicina concernenti l’uomo e
le sue origini, non interviene nell’ambito proprio della scienza medica come
tale, ma richiama tutti gli interessati alla responsabilità etica e sociale del
loro operato.
Come si ricorderà, l’oggetto di questo pronunciamento riguardava essenzialmente
lo statuto etico dell’embrione. Al riguardo l’Istruzione stabilisce una
volta per tutte che la chiesa non è più disposta a ingerirsi nelle questioni
scientifiche, che nel fatto sono espressamente demandate alla cura dello stato.
L’Istruzione afferma senza esitazioni che nel terzo millennio la
vocazione della chiesa sarà esclusivamente etica. Lo spiega il quinto capo della
prima parte:
La realtà dell’essere umano […] per tutto
il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né
un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede una
piena qualificazione antropologica ed etica. L’embrione umano, quindi, ha fin
dall’inizio la dignità propria della persona.
Il ragionamento è coerente. L’individuo si evolve per così dire all’interno
dello stesso stampo naturale. Dallo zigote alla maturità non ci sono salti soste
o imprevisti, bensì il dispiegamento progressivo del medesimo progetto. Pars
pro toto. In questo senso, l’embrione è la persona in potenza e la persona è
l’embrione in atto.
Stranamente, però, l’identità cattolica dell’embrione e della persona procede di
pari passo con la critica delle sperimentazioni con le cellule staminali. La
stranezza consiste nel fatto che la Congregazione sottopone a una critica
serrata quegli stessi principi che alimentano le sue argomentazioni.
Com’è noto, le staminali sono cellule immature, o sia non specializzate, la cui
caratteristica principale si può riassumere nella capacità di ‘mimare’ qualunque
altro tipo di cellula. In questo senso, per usare il gergo scientifico corrente,
le staminali sono cellule pluripotenti. In termini non più scientifici ma
filosofici, questo significa invece che le staminali sono cellule potenziali. O
più precisamente: una staminale non è una cellula, ma la possibilità di una
cellula. Proprio come l’embrione è la possibilità di una persona. La chiesa
critica la sperimentazione con le staminali, ma nello stesso tempo considera
l’embrione una entità puramente potenziale. Stringiamo l’angolo: la chiesa
tratta l’embrione alla stessa stregua di una cellula staminale. In un caso e
nell’altro si tratta di realtà virtuali, non reali.
La mia idea, piccola e discutibile, è che questa potenzializzazione
dell’embrione, questa riarticolazione ‘modale’ della persona, che si riallaccia
evidentemente alle moderne riflessioni sull’intelligenza artificiale e sulla
conseguente virtualizzazione dei corpi, è l’esito epigonale, ma storicamente
maturo, del il rifiuto etico o cattolico — etico e cattolico — del corpo
politico. La chiesa non dispone più di un referente fisico, cioè politico, e per
questo si avvale di un programma potenziale, cioè etico. Il corpo virtuoso è un
corpo virtuale.
La perdita di fisicità della chiesa — in termini storici: la perdita del potere
temporale — appare da questa angolazione sostanzialmente solidale con
l’assunzione progressiva e certo assai problematica di un ruolo prevalentemente
etico. Così, la lunga deriva storica della spoliticizzazione del cattolicesimo
confluisce oggi in un’etica dedita alla cura dei corpi potenziali, delle
virtutes (nel senso teologico e insieme cibernetico del termine),
propriamente gli embrioni. Di qui la necessità di presentarsi sotto altre
spoglie e di riqualificarsi come bioetica.
In data 26 luglio 2007, l'Ansa cita un articolo di Civiltà cattolica, la
prestigiosa rivista della Compagnia di Gesù: «Occorre — si legge in un punto —
avere il coraggio di avventurarsi nel mondo di Second Life, il sito web
dove è possibile vivere in maniera simulata una seconda vita ‘digitale’, e dove
una crescente popolazione mondiale di internauti ha bisogno di ricevere un
messaggio di fede».
Questa concentrazione del discorso etico contemporaneo sulla vita potenziale
piuttosto che sulla vita materiale è il prodotto del distacco irreversibile che
si consuma tra il corpo e l’anima. Un distacco, come dicevo all’inizio, tutt’altro
che metaforico. L’inconciliabilità tra etica e politica passa oggi traverso
questa frattura sotterranea, la cui natura, se le parole hanno ancora un senso,
si dovrebbe definire metafisica.
A fronte di ciò, la dilagante corruzione della politica è il segno più visibile
della rinuncia etica alla cura materiale dei corpi e dei loro atti politici.
Quanto più la corruzione dilaga e impronta la prassi istituzionale, tanto più
l’etica si rifugia in una vasta e indeterminata responsabilità biologica, o sia
nella gestione sociale della materia potenziale.
«Più in alto della realtà, c’è la possibilità», così ha scritto Martin Heidegger,
il massimo filosofo del secolo scorso (Sein und Zeit, 1927). La
fenomenologia, aggiungeva Heidegger, cioè la corrente filosofica fondata dal suo
maestro Edmund Husserl, «può essere compresa unicamente [einzig] come
possibilità». Spesso gli studiosi hanno lamentato l’assenza di una riflessione
heideggeriana sull’etica. A ben vedere, però, si tratta di un paradosso. Forse
non si è mai riflettuto abbastanza sul fatto che l’heideggerismo, centrato sul
primato della possibilità sulla realtà, non è una filosofia ma un’etica. L’etica
non è una filosofia ma la possibilità di una filosofia. In tempi non sospetti,
Leszek Kolakowski, filosofo e storico polacco recentemente scomparso, scrisse
che la fenomenologia è un eterno programma privo di attuazione. Credo che la
stessa cosa si possa dire oggi della teologia etica di Joseph Ratzinger.
A dispetto delle apparenze, il mondo a venire si profila sempre di più come un
mondo etico. Per rendersene conto basta considerare la marcia trionfale
dell’informatica nella vita quotidiana europea e mondiale. Ogni giorno nuovi
territori generazionali aprono le loro frontiere alle promesse della Rete.
Ovunque si preannuncia il dominio dell’uomo virtuale su quello materiale. Alla
luce di quanto abbiamo detto, questo dominio è un dominio etico. In questo
senso, chi parla di moralizzazione della Rete, non sa letteralmente quel che
dice. L’unica forza in grado di contrastare questo destino etico è la forza
della corruzione. La corruzione, come denuncia la genesi storica di questa
parola, è una realtà legata alla carne, al corpo, alla finitezza. Il suo statuto
è incompatibile con quello incorporeo e infinito della Rete. La corruzione,
intesa in tutte le sue accezioni, compresa quella politica, è il grido disperato
della carne che lentamente affoga nel mare senza rive dell’etica digitale.
Da che cosa dovremo salvarci, infine, dai pericoli del corpo o da quelli
dell’anima, dalle insidie dell'etica o da quelle della politica? Dilemma ozioso.
Una cosa, però, sembra certa: chi si ostina, malgrado tutto, a mettere insieme
queste due forze ormai scopertamente eterogenee, non lavora in vista di un
nobile compito (non c'è nobiltà senza lucidità, intendo dire senza lucida
coscienza dei tempi in cui viviamo), ma piuttosto contribuisce alla stesura di
un nuovo, trascurabile episodio della saga neofascistica di Robocop.