TinoVittorio

Tra Roberto Alajmo (L'arte di annacarsi) e Karl Schlögel (Leggere il tempo nello spazio)

“I luoghi sono testimoni affidabili. I ricordi sono flessibili, al punto che si possono immaginare e inventare passati. I luoghi, al contrario, non si adattano: sono sempre stati dove sono. Hanno una vita propria. Una specie di diritto di veto. Sono le montagne che continuano ad esistere anche quando la fede che le ha spostate è svanita da tempo. Sono le pianure checonyinuano ad esistere anche quando tutta la fatica è stata compiuta. Sono le superfici su cui restano visibili le tracce lasciate da generazioni ormai trascorse”. Così recita la quarta di copertina della traduzione italiana della Bruno Mondadori del saggio di Karl Schlögel.

Una volta il viaggio era l’anima della Storia, era lo Spazio ad animare il Tempo. E però … mentre si conoscevano luoghi, uomini e tradizioni nuovi, li si trasformava in idee, larve delle realtà, larve reali, la muta del serpente che lascia la sua pelle negli spazi abbandonati per i sentieri strisciati. Trasformazione quasi istantanea: il Settecento è l’età apicale delle scoperte geografiche che si trasformano in materiali ideali, in carbonella per i lumi degli illuministi. A proseguire la spazialità verrà espunta dalla rappresentazione della Storia dell’idealismo sia hegeliano, sia crociano, sia marxista e, comunque, storicista. E’ per questo che Karl Schlögel ha messo insieme le sue riflessioni, per ricordarci che bisogna Leggere il tempo nello Spazio o che la Storia è geografia in movimento se non si vuole trasformare il racconto storiografico in un conte philosophique o, peggio ancora, in cronosofia che è quello che avviene nelle aule universitarie dei Dipartimenti di Storia, disadorne le pareti di una pur minima cartuzza geografica: Bismarck disse, Hitler pensò, Churchill sottovalutò, l’Italia mitternichiana era un’espressione geografica, i documenti d’archivio della Segreteria particolare del Duce, la questione (filosofica non geografica) meridionale e così de-spazializzando. Ma si può eccedere nel contrario e ricavare l'identità (predefinita) e lo spessore delle biografie dalla spazialità. E Firenze, gli Uffizi, il Battistero, il Ponte vecchio, la spazialità manufatta o naturale di Firenze sono Dante Alighieri o la mia amica Lea, deducibili dalla descrizione di un viaggio e condannate alla fiorentinità presunta. Meglio allora questa altra citazione di Schlögel:

“Il binomio ‘essere e tempo’ non risolve l’intera dimensione dell’esistenza e Fernand Braudel aveva ragione quando parlava dello spazio come ‘il nemico numero uno’: la storia umana come lotta contro l’horror vacui, sforzo incessante di controllare lo spazio, dominarlo e infine impadronirsene”.

I Siciliani dei viaggi in Sicilia, quelli che praticano l'arte di annacarsi, di piétinier sur place, di muoversi senza spostamento sono gli abitanti della Sicilia, compresi i cinesi, i maghrebini, i senegalesi e tutti gli altri siciliani che vorrebbero liberare l'isola da tutti i Siciliani che si deducono dalla terra isolana, come la melanzana dall'orto, la lava dall'Etna, i masculini dalla rete di pesca?

Inquisito/re


Se si fosse identificato senza riserve in Diego La Matina, Leonardo Sciascia avrebbe potuto e dovuto ammazzare nell’atelier comunista-berlingueriano a colpi di pennello in testa Renato Guttuso (nel 1983, argomenti questionati: le Brigate rosse, i servizi segreti della Cecoslovacchia, Berlinguer) o nel suo studio antimafioso Leoluca Orlando con fendenti di sospetto-dell’anticamera-della verità (la recensione a Christopher Duggan sul Corriere della Sera e la polemica dei professionisti dell’antimafia) o Eugenio Scalfari a sbatacchiamenti di giornale o, persino, il figlio del generale Dalla Chiesa a getti di moralismo. Certo, l’avrebbe fatto anche se dopo La scomparsa di Majorana del 1975 tenderà a perdere interesse per Diego sentendoselo lontano, come figlio degenere, sia pure tanto amato in passato.

Tutti gli studiosi sanno per i diffusi e ripetuti riferimenti di Sciascia nella sua vasta produzione quanto sia stato problematico il rapporto tra il N. e l’agostiniano scalzo di Racalmuto. Morte dell’Inquisitore “dei miei libri quello che preferisco” - confessava nel 1979 alla Padovani - è un saggio storiografico, di grande storiografia, ma è anche il progetto di ricerca intellettuale di Sciascia durato a lungo nella sua vita.

Abbiamo studiato Diego La Matina con la guida alla lettura che Sciascia predicava nel 1964. In forza dei suoi suggerimenti Diego La Matina sarebbe stato letto, anzi è stato letto come un’anticipazione storica, una prefigurazione o una metafora di Antonio Gramsci e delle carceri della Santa Inquisizione annunzianti la galera del fascismo [“Senza metafisica e senza barocchi orpelli, in tempi più vicini a noi, un uomo di intendimenti non dissimili da quelli del Berino e del Matranga ordina : il cervello di quest’uomo non deve più funzionare”].

Tre anni dopo, nella ristampa de Le parrocchie di Regalpetra scriverà: “[…] questo breve saggio o racconto, su un avvenimento e un personaggio quasi dimenticati della storia siciliana, è la cosa che mi è più cara tra quelle che ho scritto e l’unica che rileggo e su cui ancora mi arrovello. La ragione è che effettivamente è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa: un nuovo documento, una nuova rivelazione che scatti dai documenti che già conosco, un qualche indizio che mi accada magari di scoprire tra sonno e veglia…”. Un rovello da insonnia!

Diciotto anni dopo, una generazione (e che generazione!) dopo, l’indizio che sarà sopravvenuto tra sonno e veglia, tra il sonno e la veglia di diciotto anni, un altro mondo un “oltremodo” si raggruma in un volumetto, Cronachette del 1985 che ospita una divagazione borgesiana, quella su don Mariano Crescimanno, benedettino illuminatista o molinista, morto in una cella dell’Inquisizione palermitana nel 1771 che a Sciascia permette di dire, a soluzione del rovello della Morte dell’Inquisitore : “l’inimicizia dei fanatici è propriamente un fatto speculare. Dell’animale che nello specchio non si riconosce e aggredisce la propria immagine. Della destra che diventa sinistra e la sinistra destra. Di una identità ignorata o negata. Di un errore o orrore di sé – errore ed orrore di esistere, in definitiva – come errore ed orrore degli altri.” Il breviario di don Crescimanno attraverso don Gaetano Alessi, consultore e qualificatore del Tribunale dell’Inquisizione, giungerà nelle mani del marchese di Villabianca. Un dono che è la “reliquia di un celebre malfattore”, dirà il marchese. Entrato nella metafora, Sciascia ne esce commentando che “nell’oltremondo il virtuoso e savio marchese di Villabianca si riconobbe nel peccatore e folle don Mariano Crescimanno”.

Lo spazio temporale occupato da un’intera generazione è una piega della storia. Anzi, una piaga. E Sciascia era abituato a pensare che la Storia fosse un vestito plissè, una corsa di pieghe, una teoria di piaghe. A Sciascia, sin dalle scuole elementari piaceva la storia: “le mie preferenze andavano alla storia (ovviamente, stiamo parlando di storiografia che è un sapere inquisitoriale), senza dubbio perché il maestro ce la raccontava in maniera romanzesca”.

La Storia del tempo vissuto da Sciascia è una sequela di piaghe/pieghe: il fascismo, l’antifascismo, la guerra, il Sessantotto, Dubcek, il terrorismo delle BR, l’entrata e l’uscita dal PCI, il sequestro, l’inquisizione brigatista e l’uccisione di Moro, il caso Tortora e i Radicali e la Sicilia, la piega, questa, più piagata a volere bene intendere quanto confessò alla Padovani: “la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia storia è una storia di sconfitte. O più dimessamente di delusioni. Da ciò lo scetticismo: che non è, in effetti, l’accettazione della sconfitta, ma il margine di sicurezza, di elasticità per cui la sconfitta … non diventa definitiva e mortale. Lo scetticismo è salutare. E’ il migliore antidoto per il fanatismo. Impedisce cioè di assumere idee, credenze e speranze con quella certezza che finisce con l’uccidere l’altrui libertà e la nostra”.

Diego non era scettico. Diego era fanatico, di tenace concetto, qualità rinvenutagli da un altro consultore e qualificatore, e pertanto anch’esso uomo di tenace concetto, come tutti gli inquisitori, Girolamo Matranga. Diego non era uno scettico ma di mucha terquedad, di molta ostinazione. Fa pensare, la terquedad, spagnola, per assonanza, italiana, alle robuste terga del mulo e non alle sofisticherie mentali di un uomo, ostaggio della propria intelligenza. Insomma i cretini non impazziscono e Diego non era folle, ma cretino, fanatico come Cisneros. E Sciascia temeva la follia (“sono così soddisfatto della mia mente che una paura mi assale: di doverne vivere il contrappasso nella follia”).

L’uomo di tenace concetto, Diego, non impazzisce (la locura del 1655 ottobre: enloquecido porque sus discursos eran despropositados y las acciones de loco) e non confessa a la primiera mancuerda (del 1652), essendo già “folle”, fanaticamente pertinace.

Lo scetticismo come abito di chi vuole abitare senza oltranze ideologiche o religiose la Storia che è rappresentazione delle sue pieghe, delle piaghe.

Come ha ben detto Ambroise “la morte dell’inquisitore, l’eretico ha da attuarla dentro di sé” per distanziare quell’abitudine al tenace concetto che lo imprigiona nel fanatismo di uno speculare apparato mentale inquisitorio. E in Morte dell’inquisitore le vittime protagoniste sono due, la morte riguarda Cisneros e Diego. Chi dei due non è l’inquisitore?

Un grande modello di rappresentazione della Storia è quello del saggio storiografico o del racconto-inchiesta de I promessi sposi che è la storia romanzata o il racconto storiografico (e la storiografia è un racconto di fatti storici) di una piaga, la peste del 1630, che esalta un’altra piaga, la tortura su cui si erigerà la “colonna infame” costruita nel sito dell’abitazione distrutta degli untori, altra piaga a seguito, questi, della piaga primaria.

A sua volta la colonna infame avrà altre pieghe di libro - Verri Pietro, Alessandro Verri, protettore dei carcerati come il Diego sciasciano, di Cesare Beccaria, di Alessandro Manzoni con la sua Storia della Colonna infame “alla quale mai ci stancheremo di rimandare il lettore” scriveva Sciascia, ricordando la peste del 1624 diffusasi in Sicilia due anni dopo la nascita di Diego La Matina venticinquenne nei moti rivoltosi del 1647, come annota Vittorio Sciuti Russi nel tentativo pregevole (di un suo volumetto) di dare coordinate storiche e sociali all’intuizione di Sciascia, relativa alla definizione dell’eresia di Diego.

Manzoni solo alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento si deciderà a rendere parte integrante del romanzo il suo studio sulla colonna infame che riprendeva le Osservazioni sulla tortura dello zio Pietro Verri (il padre reale o naturale di Manzoni è Giovanni Verri). Una decisione che dovette risentire del ritorno della Storia attraverso l’epidemia del colera del 1835-1837, attraverso gli untori, agenti della Storia, pedine colerose dei tempi del Manzoni, per ben quattro volte spettatore della pandemia presente nella sua Italia ottocentesca del 1835-1837, del 1849, del 1854-55 (il 1855 è l’anno del colera de I Vicerè di Federico De Roberto), del 1865-67, e poi del 1884-86 e del 1893.

Il colera che ci interessa, quello tra “Ventisettana” e “Quarantana”, quella de I promessi sposi senza e quello de I promessi sposi con La storia della colonna infame alla quale rimandava Sciascia nel 1986, il colera che ci interessa è quello del 1835-1837 con il 35,5 per mille dei morti in Sicilia in aggiunta alle vittime delle conseguenti rivolte antinapoletane e il 13 per mille della Lombardia (l’8,5 per mille solo a Milano), seconda regione della penisola per tasso di mortalità colerosa. E si rividero i monatti, i medici di dotta ignoranza che visitavano i pazienti, ricoperti con uno spaventoso burqa di pece, di cappa nera, il lazzaretto, i carri funebri, la caccia agli untori, “pagati” dai governanti per odio nei confronti delle classi inferiori e pericolose che chiamavano alle armi contro i gendarmi che avvelenavano i pozzi.

Mentre la Storia degli anni Trenta dell’Ottocento veniva fuori con la prepotenza del vibrione coleroso, arretrava il romanzo storico de I promessi sposi, sconfessato negli stessi anni in cui veniva pensata l’edizione della “Quarantana”, si affacciava la storiografia, il racconto-inchiesta della Storia della colonna infame.

Tre anni prima di lasciarci, a conferma del rovello tenace avverso al Tribunale dell’Inquisizione del Luogo Comune, prodotto dalla cultura alta e legittimata dalla credulità popolare, di quel Luogo che non ama ospitare l’eresia della contraddizione e dell’intelligenza scettica, nel 1986 Sciascia pubblicò un omaggio, “un sommesso omaggio” a Manzoni, La strega e il capitano dove si narra della morte nel 1617 per strangolamento ed abbruciamento di Caterina de Medici, una povera donna che, creduta maga fattucchiera, si credeva di essere una strega con il potere di “maleficiare” il senatore Luigi Melzi, personaggio storico de I promessi sposi.

Sciascia rinviene in Manzoni lo storiografo della tortura o l’indagatore dell’origine del luogo comune, origine individuata nella dotta ignoranza dei “cretini intelligentissimi” o dei “perfetti cretini” (“non per modo di dire: ché la perfezione sta alla cretineria meglio che all’intelligenza; l’intelligenza ha sempre, come i tessuti dei navajos, una qualche imperfezione o fuga”). Negli inquisitori, uomini di tenace concetto.

Non fu Sciascia uomo di tenace concetto. Lo fu, invece, don Mariano Arena con la sua aria di famiglia, “familiare” di Diego e di Cisneros.

Ebbe Sciascia sempre chiare l’ambivalenza, la polivalenza, la plurieffabilità della realtà degli uomini, la multiversità dell’universo umano e la relatività dei suoi codici interpretativi. E, pertanto, non poteva non contraddirsi e si contraddisse come il suo Manzoni che scrisse un romanzo storico, che ripudiò per la Storiografia, tout court… mentre approntava de I promessi sposi la nuova e definitiva edizione, la quarantana, nella quale c’era un nuovo ripudio… ripudiato, riconciliato, cioè, con la storiografia del saggio conclusivo de La storia della colonna infame. I fanatici non si contraddicono. Il loro ora è sempre.

Sciascia amava contraddirsi, “folle” d’amore per la sua intelligenza, giustiziera dei fanatismi, dei tenaci concetti. Sempre sedotto parimente dalla penna e dalla spada, fu decisamente un uomo di penna, del dubbio creativo. Non fu uomo di tenace concetto. Sciascia, come ogni mistico della conoscenza, fu un Werdender, un diveniente: divenne Sciascia mollando Diego La Matina. E non usava il verbo credere in alternativa a pensare. Non credeva, pensava. Credono solo gli uomini di tenace pensiero, Il pensiero se è tenace si fa duro. La tenacia del pensiero è la credenza.


Le Benevole

Palloso! Di essere palloso è palloso, ma...

C'è tutta la storia della seconda guerra mondiale da Hitler ad Eichmann a Bormann a Roosevelt a Mussolini. A Horthy, ammiraglio di mare in ... Ungheria.

E' un romanzo storico che sbeffeggia la storiografia (innanzitutto dell'agente segreto dell'Intelligence e biografo di Hitler, Trevor-Roper, innanzitutto, a cui sarebbe sfuggito il naso bulboso, "slavo o boemo, quasi mongolo-ostico" del Führer ("alito acre e fetido"). Quel naso Maximilian lo azzanna. Non sfugge a Maximilian Aue che c'era (come il conte Tolstoj nelle battaglie di Napoleone in Russia) nel bunker di Hitler con la presunzione tolstojana di rappresentare meglio l'accadimento perché "lo storico ha da fare coi risultati dell'avvenimento, l'artista con l'avvenimento per se stesso... Per lo storico [di una battaglia, ad esempio] la fonte principale sono i rapporti dei comandanti particolari e del comandante supremo. L'artista da simili fonti nulla può attingere, esse non gli dicono nulla, non gli spiegano nulla. Non basta: l'artista volge loro le spalle, trovandovi immancabili menzogne... Ma oltre le inevitabili inesattezze nell'esposizione degli avvenimenti, ho incontrato negli storici dell'epoca [napoleonica] di cui mi sono occupato... un particolare giro ampolloso del discorso nel quale spesso la menzogna e il travisamento si estendono non solo agli avvenimenti, ma anche alla comprensione del loro significato. Spesso, studiando le due principali opere storiche di quell'epoca, del Thiers [10 volumi sulla Rivoluzione francese e altri 20 sul Consolato e l'impero di Napoleone], del Michàilovski-Danilevski, rimanevo stupito che quei libri si fossero potuto pubblicare e leggere ... ho trovato in quegli storici tali descrizioni che non sapevo se ridere o piangere, quando mi ricordavo che quei due libri erano gli unici monumenti letterari di quell'epoca e avevano miliono di lettori" (Lev N. Tolstoj, Alcune parole a proposito di Guerra e pace).

E' un conte philosophique ed, insieme, trattato di polemologia (ed anche di irenologia) con von Clausewitz portato all'estremo (p. 138) dove si dimostra che la guerra è un affare da omosessuali. Matricida, incestuoso, omicida plurimo con le mani, con l'accetta, con la pistola, raffinato intellettuale, lettore di Jünger, Schmitt, Platone, Stendhal, Flaubert ed altri, Maximilian Aue, Hauptsturmführer (capitàno della Schutzstaffel, a Willi Partenau, Leutnant (sottotenente) delle Waffen-ss: "Da un punto di vista autenticamente nazionalsocialista, si potrebbe anzi considerare l'amore fraterno il vero cemento di una Volksgemeinschaft guerriera e creatrice: Platone, a modo suo, pensava la stessa cosa, Platone il primo autore autenticamente fascista... E' una falsa concezione a contrapporre il soldato virile all'invertito effeminato... Storicamente i migliori soldati, i soldati scelti, hanno sempre amato altri uomini. Si tenevano le donne per custodire la casa e fare figli, ma riservavano tutti i loro sentimenti ai commilitoni... A Tebe ogni uomo combatteva in coppia con il proprio amico; quando l'amante invecchiava e si ritirava, il suo amato diventava l'amante di uno più giovane. Così si spronavano l'un l'altro ad essere invincibili; nessuno di loro avrebbe osato voltare le spalle e fuggire in presenza dell'amico in combattimento si incitavano ad eccellere...: esempio sublime per le nostre Waffen-ss... un fenomeno analogo lo si ritrova nei nostri Freikorps ...Bisogna considerare la cosa da un punto di vista intellettuale. E' evidente che soltanto l'uomo è davvero creativo: la donna dà la vita, alleva e nutre, ma non crea niente di nuovo. Blüher, un filosofo all'epoca molto vicino agli uomini dei Freikorps [tra il 1917 e il 1919 Hans Blüher, coetaneo di Hitler pubblicò in due volumi Il ruolo dell'erotismo nella società maschile], e che si è addirittura battuto con loro, ha mostrato che l'eros fra uomini, stimolandoli a rivaleggiare in coraggio, virtù e moralità, contribuisce alla guerra e alla formazione degli Stati, che sono soltanto una versione estesa delle società maschili come l'esercito". E, alla fine della lezione platonica: "il corpo solido di Partenau riservava poche sorprese. All'inizio quando entra, a volte è difficile, soprattutto se è poco lubrificato. Ma una volta dentro, ah, è bello, non potete immaginare. La schiena si incurva ed è come una colata azzurra e luminosa di piombo fuso che ti riempie il bacino e risale lentamente il midollo per prenderti la testa e cancellarla. Questo formidabile effetto sarebbe dovuto, a quanto pare, al contatto dell'organo penetrante con la prostata, il clitoride dei poveri che, nel penetrato, si trova proprio contro il grande colon, mentre nella donna, se le mie nozioni di anatomia sono esatte, ne è separato da una parte dell'apparato riproduttivo, il che spiegherebbe perché, in generale le donne sanno apprezzare così poco la sodomia, o soltanto come piacere mentale. Per gli uomini è diverso; e spesso mi sono detto che la prostata e la guerra sono i due doni fatti da Dio agli uomini per indennizzarli di non essere donna".

Insomma, la guerra è da omosessuali che vengono da Marte come gli Americani; la rissa o la piazzata è da checca isterica; la pace è degli eterosessuali, dei venusiani, degli europei. In vero, la pace - come ben sanno i polemologi da Bouthoul ad Aron a Ortega y Gasset a Carlo Jean - è una negazione, una conformazione della guerra; è la guerra che dorme sotto le coltri dei trattati internazionali che i vincitori impongono ai vinti. Un uomo che dorme non è antagonista a se stesso sveglio. Quindi, in guerra siamo tutti omosessuali; in pace omosessuali in sonno. Un omosessuale che dorme è un eterosessuale.

Veterinari ed ortolani: i primi sono i teorici della razza (filosofia da veterinari), i secondi i difensori dell'identità... della melanzana di Casamicciola, del pomodorino di Pachino o del ficodindia di San Cono o del carciofo di Raddusa e poi per via della pastura vaccina della bufala campana e del caciocavallo di Ragusa. Gli ortaggi sono legati alla terra dai cui minerali sono determinati organoletticamente ed identitariamente. E con la veterinaria ... linguistica poi si scopre che "nel Turkestan cinese, i turcofoni mussulmani di Urumqi o di Kasgar hanno un aspetto fisico, diciamo iranico: li si potrebbe prendere per Siciliani".

E c'è (la derisione ballardiana di) Ernst Jünger, quello di Der Arbeiter, dei carri armati della prima guerra mondiale, della guerra di materiali, delle tempeste di acciaio. Solo che ne Le Benevole Aue vedeva per le strade della Berlino di Jünger "il soldato appollaiato in cima al carro armato... un asiatico dal volto camuso annerito d'olio di motore; sotto il casco di cuoio da carrista portava dei piccoli occhiali esagonali da donna con le lenti colorate di rosa, e teneva in una mano un grosso mitra col caricatore rotondo e nell'altra, appoggiato alla spalla, un ombrellino estivo, orlato di pizzo; a gambe divaricate, appoggiato alla torretta, stava a cavalcioni del cannone, incassando i contraccolpi del carro armato con la disinvoltura di un cavaliere scitico che sprona con i talloni un cavallino nervoso... lasciandosi dietro una scia di frammenti di legno misti a sangue e poltiglia di carne dentro a pozze di viscere di cavalli...; qua e là, un uomo si torceva, senza gambe, urlando, sulla strada c'erano torsi privi di testa, braccia che sbucavano da un ammasso rosso e immondo". Povero Arbeiter che Jünger non aveva voluto "per tanto tempo che si traducesse in francese". "Arbeiter deriva da arbeo, una parola gotica, «l'eredità»; travailleur, deriva da tripalium, uno «strumento di tortura»" (Julien Hervier, Conversazioni con Ernst Jünger). Arbeo deriva da orbus, orfano, privato di eredità, senza genitori, che deve surrogare radici e protezione con la Tecnica che è la Natura della contemporaneità ... E povero Waldgänger, ribelle, che ne Le Benevole è il gruppo nazipartigiano di bambini "cenciosi, sporchi, scarmigliati", armati alla meglio, feroci come lo sanno essere i bambini. Tra i dieci e i sedici anni e le ragazzine appena puberi sembravano incinte: "Adam si faceva servire da una delle bambine... poi la trascinava nei boschi...; poi due o tre ragazzi prendevano una bambina per i capelli, la buttavano a terra e la violentavano davanti agli altri mordendola la nuca come gatti; alcuni si masturbavano tranquillamente stando a guardare...".