TinoVittorio

Tra
Roberto Alajmo (L'arte di annacarsi) e Karl Schlögel (Leggere il
tempo nello spazio)
“I luoghi sono testimoni affidabili. I ricordi sono flessibili, al punto che si
possono immaginare e inventare passati. I luoghi, al contrario, non si adattano:
sono sempre stati dove sono. Hanno una vita propria. Una specie di diritto di
veto. Sono le montagne che continuano ad esistere anche quando la fede che le ha
spostate è svanita da tempo. Sono le pianure checonyinuano ad esistere anche
quando tutta la fatica è stata compiuta. Sono le superfici su cui restano
visibili le tracce lasciate da generazioni ormai trascorse”. Così recita la
quarta di copertina della traduzione italiana della Bruno Mondadori del saggio
di Karl Schlögel.
Una volta il viaggio era l’anima della Storia, era lo Spazio ad animare il
Tempo. E però … mentre si conoscevano luoghi, uomini e tradizioni nuovi, li si
trasformava in idee, larve delle realtà, larve reali, la muta del serpente che
lascia la sua pelle negli spazi abbandonati per i sentieri strisciati.
Trasformazione quasi istantanea: il Settecento è l’età apicale delle scoperte
geografiche che si trasformano in materiali ideali, in carbonella per i lumi
degli illuministi. A proseguire la spazialità verrà espunta dalla
rappresentazione della Storia dell’idealismo sia hegeliano, sia crociano, sia
marxista e, comunque, storicista. E’ per questo che Karl Schlögel ha messo
insieme le sue riflessioni, per ricordarci che bisogna Leggere il tempo nello
Spazio o che la Storia è geografia in movimento se non si vuole trasformare
il racconto storiografico in un conte philosophique o, peggio ancora, in
cronosofia che è quello che avviene nelle aule universitarie dei Dipartimenti di
Storia, disadorne le pareti di una pur minima cartuzza geografica: Bismarck
disse, Hitler pensò, Churchill sottovalutò, l’Italia mitternichiana era
un’espressione geografica, i documenti d’archivio della Segreteria particolare
del Duce, la questione (filosofica non geografica) meridionale e così
de-spazializzando. Ma si può eccedere nel contrario e ricavare l'identità
(predefinita) e lo spessore delle biografie dalla spazialità. E Firenze, gli
Uffizi, il Battistero, il Ponte vecchio, la spazialità manufatta o naturale di
Firenze sono Dante Alighieri o la mia amica Lea, deducibili dalla
descrizione di un viaggio e condannate alla fiorentinità presunta. Meglio allora
questa altra citazione di Schlögel:
“Il binomio ‘essere e tempo’ non risolve l’intera dimensione dell’esistenza e
Fernand Braudel aveva ragione quando parlava dello spazio come ‘il nemico numero
uno’: la storia umana come lotta contro l’horror vacui, sforzo incessante di
controllare lo spazio, dominarlo e infine impadronirsene”.
I Siciliani dei viaggi in Sicilia, quelli che praticano l'arte di annacarsi,
di piétinier sur place, di muoversi senza spostamento sono gli abitanti
della Sicilia, compresi i cinesi, i maghrebini, i senegalesi e tutti gli altri
siciliani che vorrebbero liberare l'isola da tutti i Siciliani che si deducono
dalla terra isolana, come la melanzana dall'orto, la lava dall'Etna, i masculini
dalla rete di pesca?

Inquisito/re
Se si fosse identificato senza riserve in Diego La Matina, Leonardo Sciascia
avrebbe potuto e dovuto ammazzare nell’atelier comunista-berlingueriano a colpi
di pennello in testa Renato Guttuso (nel 1983, argomenti questionati: le Brigate
rosse, i servizi segreti della Cecoslovacchia, Berlinguer) o nel suo studio
antimafioso Leoluca Orlando con fendenti di sospetto-dell’anticamera-della
verità (la recensione a Christopher Duggan sul Corriere della Sera e la
polemica dei professionisti dell’antimafia) o Eugenio Scalfari a sbatacchiamenti
di giornale o, persino, il figlio del generale Dalla Chiesa a getti di
moralismo. Certo, l’avrebbe fatto anche se dopo La scomparsa di Majorana
del 1975 tenderà a perdere interesse per Diego sentendoselo lontano, come figlio
degenere, sia pure tanto amato in passato.
Tutti gli studiosi sanno per i diffusi e ripetuti riferimenti di Sciascia nella
sua vasta produzione quanto sia stato problematico il rapporto tra il N. e
l’agostiniano scalzo di Racalmuto. Morte dell’Inquisitore “dei miei libri
quello che preferisco” - confessava nel 1979 alla Padovani - è un saggio
storiografico, di grande storiografia, ma è anche il progetto di ricerca
intellettuale di Sciascia durato a lungo nella sua vita.
Abbiamo studiato Diego La Matina con la guida alla lettura
che Sciascia predicava nel 1964. In forza dei suoi suggerimenti Diego La Matina
sarebbe stato letto, anzi è stato letto come un’anticipazione storica, una
prefigurazione o una metafora di Antonio Gramsci e delle carceri della Santa
Inquisizione annunzianti la galera del fascismo [“Senza metafisica e senza
barocchi orpelli, in tempi più vicini a noi, un uomo di intendimenti non
dissimili da quelli del Berino e del Matranga ordina : il cervello di quest’uomo
non deve più funzionare”].
Tre anni dopo, nella ristampa de Le parrocchie di Regalpetra scriverà:
“[…] questo breve saggio o racconto, su un avvenimento e un personaggio quasi
dimenticati della storia siciliana, è la cosa che mi è più cara tra quelle che
ho scritto e l’unica che rileggo e su cui ancora mi arrovello. La ragione
è che effettivamente è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre
tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa:
un nuovo documento, una nuova rivelazione che scatti dai documenti che già
conosco, un qualche indizio che mi accada magari di scoprire tra sonno e
veglia…”. Un rovello da insonnia!
Diciotto anni dopo, una generazione (e che generazione!) dopo, l’indizio che
sarà sopravvenuto tra sonno e veglia, tra il sonno e la veglia di diciotto anni,
un altro mondo un “oltremodo” si raggruma in un volumetto, Cronachette
del 1985 che ospita una divagazione borgesiana, quella su don Mariano
Crescimanno, benedettino illuminatista o molinista, morto in una
cella dell’Inquisizione palermitana nel 1771 che a Sciascia permette di dire, a
soluzione del rovello della Morte dell’Inquisitore : “l’inimicizia dei
fanatici è propriamente un fatto speculare. Dell’animale che nello specchio non
si riconosce e aggredisce la propria immagine. Della destra che diventa sinistra
e la sinistra destra. Di una identità ignorata o negata. Di un errore o orrore
di sé – errore ed orrore di esistere, in definitiva – come errore ed orrore
degli altri.” Il breviario di don Crescimanno attraverso don Gaetano Alessi,
consultore e qualificatore del Tribunale dell’Inquisizione, giungerà nelle mani
del marchese di Villabianca. Un dono che è la “reliquia di un celebre
malfattore”, dirà il marchese. Entrato nella metafora, Sciascia ne esce
commentando che “nell’oltremondo il virtuoso e savio marchese di Villabianca si
riconobbe nel peccatore e folle don Mariano Crescimanno”.
Lo spazio temporale occupato da un’intera generazione è una piega della storia.
Anzi, una piaga. E Sciascia era abituato a pensare che la Storia fosse un
vestito plissè, una corsa di pieghe, una teoria di piaghe. A Sciascia,
sin dalle scuole elementari piaceva la storia: “le mie preferenze andavano alla
storia (ovviamente, stiamo parlando di storiografia che è un sapere
inquisitoriale), senza dubbio perché il maestro ce la raccontava in maniera
romanzesca”.
La Storia del tempo vissuto da Sciascia è una sequela di piaghe/pieghe: il
fascismo, l’antifascismo, la guerra, il Sessantotto, Dubcek, il terrorismo delle
BR, l’entrata e l’uscita dal PCI, il sequestro, l’inquisizione brigatista e
l’uccisione di Moro, il caso Tortora e i Radicali e la Sicilia, la piega,
questa, più piagata a volere bene intendere quanto confessò alla Padovani: “la
storia siciliana è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione,
sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia storia è una storia di
sconfitte. O più dimessamente di delusioni. Da ciò lo scetticismo: che non è, in
effetti, l’accettazione della sconfitta, ma il margine di sicurezza, di
elasticità per cui la sconfitta … non diventa definitiva e mortale. Lo
scetticismo è salutare. E’ il migliore antidoto per il fanatismo. Impedisce cioè
di assumere idee, credenze e speranze con quella certezza che finisce con
l’uccidere l’altrui libertà e la nostra”.
Diego non era scettico. Diego era fanatico, di tenace concetto, qualità
rinvenutagli da un altro consultore e qualificatore, e pertanto anch’esso uomo
di tenace concetto, come tutti gli inquisitori, Girolamo Matranga. Diego non era
uno scettico ma di mucha terquedad, di molta ostinazione. Fa pensare, la
terquedad, spagnola, per assonanza, italiana, alle robuste terga del mulo
e non alle sofisticherie mentali di un uomo, ostaggio della propria
intelligenza. Insomma i cretini non impazziscono e Diego non era folle, ma
cretino, fanatico come Cisneros. E Sciascia temeva la follia (“sono così
soddisfatto della mia mente che una paura mi assale: di doverne vivere il
contrappasso nella follia”).
L’uomo di tenace concetto, Diego, non impazzisce (la locura del 1655
ottobre: enloquecido porque sus discursos eran despropositados y las acciones
de loco) e non confessa a la primiera mancuerda (del 1652), essendo
già “folle”, fanaticamente pertinace.
Lo scetticismo come abito di chi vuole abitare senza oltranze ideologiche o
religiose la Storia che è rappresentazione delle sue pieghe, delle piaghe.
Come ha ben detto Ambroise “la morte dell’inquisitore, l’eretico ha da attuarla
dentro di sé” per distanziare quell’abitudine al tenace concetto che lo
imprigiona nel fanatismo di uno speculare apparato mentale inquisitorio. E in
Morte dell’inquisitore le vittime protagoniste sono due, la morte riguarda
Cisneros e Diego. Chi dei due non è l’inquisitore?
Un grande modello di rappresentazione della Storia è quello del saggio
storiografico o del racconto-inchiesta de I promessi sposi che è la
storia romanzata o il racconto storiografico (e la storiografia è un racconto di
fatti storici) di una piaga, la peste del 1630, che esalta un’altra piaga, la
tortura su cui si erigerà la “colonna infame” costruita nel sito dell’abitazione
distrutta degli untori, altra piaga a seguito, questi, della piaga primaria.
A sua volta la colonna infame avrà altre pieghe di libro - Verri Pietro,
Alessandro Verri, protettore dei carcerati come il Diego sciasciano, di Cesare
Beccaria, di Alessandro Manzoni con la sua Storia della Colonna infame
“alla quale mai ci stancheremo di rimandare il lettore” scriveva Sciascia,
ricordando la peste del 1624 diffusasi in Sicilia due anni dopo la nascita di
Diego La Matina venticinquenne nei moti rivoltosi del 1647, come annota Vittorio
Sciuti Russi nel tentativo pregevole (di un suo volumetto) di dare coordinate
storiche e sociali all’intuizione di Sciascia, relativa alla definizione
dell’eresia di Diego.
Manzoni solo alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento si deciderà a rendere
parte integrante del romanzo il suo studio sulla colonna infame che riprendeva
le Osservazioni sulla tortura dello zio Pietro Verri (il padre reale o
naturale di Manzoni è Giovanni Verri). Una decisione che dovette risentire del
ritorno della Storia attraverso l’epidemia del colera del 1835-1837, attraverso
gli untori, agenti della Storia, pedine colerose dei tempi del Manzoni, per ben
quattro volte spettatore della pandemia presente nella sua Italia ottocentesca
del 1835-1837, del 1849, del 1854-55 (il 1855 è l’anno del colera de I Vicerè
di Federico De Roberto), del 1865-67, e poi del 1884-86 e del 1893.
Il colera che ci interessa, quello tra “Ventisettana” e “Quarantana”, quella de
I promessi sposi senza e quello de I promessi sposi con
La storia della colonna infame alla quale rimandava Sciascia nel 1986, il
colera che ci interessa è quello del 1835-1837 con il 35,5 per mille dei morti
in Sicilia in aggiunta alle vittime delle conseguenti rivolte antinapoletane e
il 13 per mille della Lombardia (l’8,5 per mille solo a Milano), seconda regione
della penisola per tasso di mortalità colerosa. E si rividero i monatti, i
medici di dotta ignoranza che visitavano i pazienti, ricoperti con uno
spaventoso burqa di pece, di cappa nera, il lazzaretto, i carri funebri, la
caccia agli untori, “pagati” dai governanti per odio nei confronti delle classi
inferiori e pericolose che chiamavano alle armi contro i gendarmi che
avvelenavano i pozzi.
Mentre la Storia degli anni Trenta dell’Ottocento veniva fuori con la prepotenza
del vibrione coleroso, arretrava il romanzo storico de I promessi sposi,
sconfessato negli stessi anni in cui veniva pensata l’edizione della “Quarantana”,
si affacciava la storiografia, il racconto-inchiesta della Storia della
colonna infame.
Tre anni prima di lasciarci, a conferma del rovello tenace avverso al Tribunale
dell’Inquisizione del Luogo Comune, prodotto dalla cultura alta e legittimata
dalla credulità popolare, di quel Luogo che non ama ospitare l’eresia della
contraddizione e dell’intelligenza scettica, nel 1986 Sciascia pubblicò un
omaggio, “un sommesso omaggio” a Manzoni, La strega e il capitano dove si
narra della morte nel 1617 per strangolamento ed abbruciamento di Caterina de
Medici, una povera donna che, creduta maga fattucchiera, si credeva di essere
una strega con il potere di “maleficiare” il senatore Luigi Melzi, personaggio
storico de I promessi sposi.
Sciascia rinviene in Manzoni lo storiografo della tortura o l’indagatore
dell’origine del luogo comune, origine individuata nella dotta ignoranza dei
“cretini intelligentissimi” o dei “perfetti cretini” (“non per modo di dire: ché
la perfezione sta alla cretineria meglio che all’intelligenza; l’intelligenza ha
sempre, come i tessuti dei navajos, una qualche imperfezione o fuga”). Negli
inquisitori, uomini di tenace concetto.
Non fu Sciascia uomo di tenace concetto. Lo fu, invece, don Mariano Arena con la
sua aria di famiglia, “familiare” di Diego e di Cisneros.
Ebbe Sciascia sempre chiare l’ambivalenza, la polivalenza, la plurieffabilità
della realtà degli uomini, la multiversità dell’universo umano e la relatività
dei suoi codici interpretativi. E, pertanto, non poteva non contraddirsi e si
contraddisse come il suo Manzoni che scrisse un romanzo storico, che ripudiò per
la Storiografia, tout court… mentre approntava de I promessi sposi la
nuova e definitiva edizione, la quarantana, nella quale c’era un nuovo
ripudio… ripudiato, riconciliato, cioè, con la storiografia del saggio
conclusivo de La storia della colonna infame. I fanatici non si
contraddicono. Il loro ora è sempre.
Sciascia amava contraddirsi, “folle” d’amore per la sua intelligenza,
giustiziera dei fanatismi, dei tenaci concetti. Sempre sedotto parimente dalla
penna e dalla spada, fu decisamente un uomo di penna, del dubbio creativo. Non
fu uomo di tenace concetto. Sciascia, come ogni mistico della conoscenza, fu un
Werdender, un diveniente: divenne Sciascia mollando Diego La
Matina. E non usava il verbo credere in alternativa a pensare. Non credeva,
pensava. Credono solo gli uomini di tenace pensiero, Il pensiero se è tenace si
fa duro. La tenacia del pensiero è la credenza.
Le Benevole
Palloso! Di essere palloso è palloso, ma...
C'è tutta la storia della seconda guerra mondiale da Hitler ad Eichmann a Bormann a Roosevelt a Mussolini. A Horthy, ammiraglio di
mare in ... Ungheria.
E' un romanzo storico che sbeffeggia la
storiografia (innanzitutto dell'agente segreto dell'Intelligence e biografo di
Hitler, Trevor-Roper, innanzitutto, a cui sarebbe sfuggito il naso bulboso,
"slavo o boemo, quasi mongolo-ostico" del Führer ("alito acre e fetido"). Quel
naso Maximilian lo azzanna. Non sfugge a Maximilian Aue che c'era (come
il conte Tolstoj nelle battaglie di Napoleone in Russia) nel bunker di Hitler
con la presunzione tolstojana di rappresentare meglio l'accadimento perché "lo
storico ha da fare coi risultati dell'avvenimento, l'artista con l'avvenimento
per se stesso... Per lo storico [di una battaglia, ad esempio] la fonte
principale sono i rapporti dei comandanti particolari e del comandante supremo.
L'artista da simili fonti nulla può attingere, esse non gli dicono nulla, non
gli spiegano nulla. Non basta: l'artista volge loro le spalle, trovandovi
immancabili menzogne... Ma oltre le inevitabili inesattezze nell'esposizione
degli avvenimenti, ho incontrato negli storici dell'epoca [napoleonica] di cui
mi sono occupato... un particolare giro ampolloso del discorso nel quale spesso
la menzogna e il travisamento si estendono non solo agli avvenimenti, ma anche
alla comprensione del loro significato. Spesso, studiando le due principali
opere storiche di quell'epoca, del Thiers [10 volumi sulla Rivoluzione francese
e altri 20 sul Consolato e l'impero di Napoleone], del Michàilovski-Danilevski,
rimanevo stupito che quei libri si fossero potuto pubblicare e leggere ... ho
trovato in quegli storici tali descrizioni che non sapevo se ridere o piangere,
quando mi ricordavo che quei due libri erano gli unici monumenti letterari di
quell'epoca e avevano miliono di lettori" (Lev N. Tolstoj, Alcune parole a
proposito di Guerra e pace).
E' un conte philosophique ed, insieme, trattato di polemologia (ed anche
di irenologia) con von Clausewitz portato all'estremo (p. 138) dove si dimostra
che la guerra è un affare da omosessuali. Matricida, incestuoso, omicida plurimo
con le mani, con l'accetta, con la pistola, raffinato intellettuale, lettore di
Jünger, Schmitt, Platone, Stendhal, Flaubert ed altri, Maximilian Aue,
Hauptsturmführer (capitàno della Schutzstaffel, a Willi Partenau, Leutnant
(sottotenente) delle Waffen-ss: "Da un punto di vista autenticamente
nazionalsocialista, si potrebbe anzi considerare l'amore fraterno il vero
cemento di una Volksgemeinschaft guerriera e creatrice: Platone, a modo suo,
pensava la stessa cosa, Platone il primo autore autenticamente fascista... E'
una falsa concezione a contrapporre il soldato virile all'invertito
effeminato... Storicamente i migliori soldati, i soldati scelti, hanno sempre
amato altri uomini. Si tenevano le donne per custodire la casa e fare figli, ma
riservavano tutti i loro sentimenti ai commilitoni... A Tebe ogni uomo
combatteva in coppia con il proprio amico; quando l'amante invecchiava e si
ritirava, il suo amato diventava l'amante di uno più giovane. Così si spronavano
l'un l'altro ad essere invincibili; nessuno di loro avrebbe osato voltare le
spalle e fuggire in presenza dell'amico in combattimento si incitavano ad
eccellere...: esempio sublime per le nostre Waffen-ss... un fenomeno analogo lo
si ritrova nei nostri Freikorps ...Bisogna considerare la cosa da un punto di
vista intellettuale. E' evidente che soltanto l'uomo è davvero creativo: la
donna dà la vita, alleva e nutre, ma non crea niente di nuovo. Blüher, un
filosofo all'epoca molto vicino agli uomini dei Freikorps [tra il 1917 e il 1919
Hans Blüher, coetaneo di Hitler pubblicò in due volumi Il ruolo dell'erotismo
nella società maschile], e che si è addirittura battuto con loro, ha
mostrato che l'eros fra uomini, stimolandoli a rivaleggiare in coraggio, virtù e
moralità, contribuisce alla guerra e alla formazione degli Stati, che sono
soltanto una versione estesa delle società maschili come l'esercito". E, alla
fine della lezione platonica: "il corpo solido di Partenau riservava poche
sorprese. All'inizio quando entra, a volte è difficile, soprattutto se è poco
lubrificato. Ma una volta dentro, ah, è bello, non potete immaginare. La schiena
si incurva ed è come una colata azzurra e luminosa di piombo fuso che ti riempie
il bacino e risale lentamente il midollo per prenderti la testa e cancellarla.
Questo formidabile effetto sarebbe dovuto, a quanto pare, al contatto
dell'organo penetrante con la prostata, il clitoride dei poveri che, nel
penetrato, si trova proprio contro il grande colon, mentre nella donna, se le
mie nozioni di anatomia sono esatte, ne è separato da una parte dell'apparato
riproduttivo, il che spiegherebbe perché, in generale le donne sanno apprezzare
così poco la sodomia, o soltanto come piacere mentale. Per gli uomini è diverso;
e spesso mi sono detto che la prostata e la guerra sono i due doni fatti da Dio
agli uomini per indennizzarli di non essere donna".
Insomma, la guerra è da omosessuali che vengono da Marte come gli Americani; la
rissa o la piazzata è da checca isterica; la pace è degli eterosessuali, dei
venusiani, degli europei. In vero, la pace - come ben sanno i polemologi da
Bouthoul ad Aron a Ortega y Gasset a Carlo Jean - è una negazione, una
conformazione della guerra; è la guerra che dorme sotto le coltri dei trattati
internazionali che i vincitori impongono ai vinti. Un uomo che dorme non è
antagonista a se stesso sveglio. Quindi, in guerra siamo tutti omosessuali; in
pace omosessuali in sonno. Un omosessuale che dorme è un eterosessuale.
Veterinari ed ortolani: i primi sono i teorici della razza (filosofia da
veterinari), i secondi i difensori dell'identità... della melanzana di
Casamicciola, del pomodorino di Pachino o del ficodindia di San Cono o del
carciofo di Raddusa e poi per via della pastura vaccina della bufala campana e
del caciocavallo di Ragusa. Gli ortaggi sono legati alla terra dai cui minerali
sono determinati organoletticamente ed identitariamente. E con la veterinaria
... linguistica poi si scopre che "nel Turkestan cinese, i turcofoni mussulmani
di Urumqi o di Kasgar hanno un aspetto fisico, diciamo iranico: li si potrebbe
prendere per Siciliani".
E c'è (la derisione ballardiana di) Ernst Jünger, quello di Der Arbeiter,
dei carri armati della prima guerra mondiale, della guerra di materiali, delle
tempeste di acciaio. Solo che ne Le Benevole Aue vedeva per le strade della
Berlino di Jünger "il soldato appollaiato in cima al carro armato... un asiatico
dal volto camuso annerito d'olio di motore; sotto il casco di cuoio da carrista
portava dei piccoli occhiali esagonali da donna con le lenti colorate di rosa, e
teneva in una mano un grosso mitra col caricatore rotondo e nell'altra,
appoggiato alla spalla, un ombrellino estivo, orlato di pizzo; a gambe
divaricate, appoggiato alla torretta, stava a cavalcioni del cannone, incassando
i contraccolpi del carro armato con la disinvoltura di un cavaliere scitico che
sprona con i talloni un cavallino nervoso... lasciandosi dietro una scia di
frammenti di legno misti a sangue e poltiglia di carne dentro a pozze di viscere
di cavalli...; qua e là, un uomo si torceva, senza gambe, urlando, sulla strada
c'erano torsi privi di testa, braccia che sbucavano da un ammasso rosso e
immondo". Povero Arbeiter che Jünger non aveva voluto "per tanto tempo che si
traducesse in francese". "Arbeiter deriva da arbeo, una parola
gotica, «l'eredità»; travailleur, deriva da tripalium, uno
«strumento di tortura»" (Julien Hervier, Conversazioni con Ernst Jünger).
Arbeo deriva da orbus, orfano, privato di eredità, senza genitori, che
deve surrogare radici e protezione con la Tecnica che è la Natura della
contemporaneità ... E povero Waldgänger, ribelle, che ne Le Benevole è il
gruppo nazipartigiano di bambini "cenciosi, sporchi, scarmigliati", armati alla
meglio, feroci come lo sanno essere i bambini. Tra i dieci e i sedici anni e le
ragazzine appena puberi sembravano incinte: "Adam si faceva servire da una delle
bambine... poi la trascinava nei boschi...; poi due o tre ragazzi prendevano una
bambina per i capelli, la buttavano a terra e la violentavano davanti agli altri
mordendola la nuca come gatti; alcuni si masturbavano tranquillamente stando a
guardare...".