TinoVittorio

Solo l'intellettuale è un cretino
Chiunque ha una scemenza da dire si alzi e parli di calcio, meglio, si alza e parla di calcio. E così fu che Marco Travaglio mise insieme nello Stupidario del calcio e di altri sport (Mondadori 1993), con una prefazione di Indro Montanelli, un monumenticchio alla scemenza degli intellettuali, alla loro cretineria. In vero, la cretineria è abitacolo esclusivo degli intelligenti, di quei ricchi di Geist, di Spirito che sono gli intellettuali. Un minus habens - per dire - un manuale (s’intende, lavoratore: dal macellaio al pescivendolo, dallo spazzino al proletariato di fabbrica, dal tecnico laureato all’impiegato di banca o di una qualsiasi amministrazione pubblica o privata) non può essere cretino, come un povero non può essere miserabile: la povertà è uno stato, la miseria una scelta, quella del ricco che vive come un povero perché è appunto un miserabile cordialmente e intellettivamente. E, pertanto, solo un intellettuale, ricco di concetti e di letture, di facoltà di intendere, può essere e lo è cretino, in alcuni casi. In quello del calcio anzitutto. In alcuni casi, ad esempio, quando intercala il suo eloquio di termini tratti dal gergo english-informatico o english tout court o dal francese (tout court, ad esempio) o dall’irto tedesco che è un poco unheimlich per noi italioti, in questi casi - dicevamo - l’intellettuale scala una posizione e dal cretino tout court passa al Cretino Cognitivo come deliziosamente scrisse Daniela Maddalena (Carabà Edizioni, 1997). Così andavamo riflettendo sullo spunto della lettura di Tutto il Catania minuto per minuto di Antonio Buemi, Roberto Quartarone, Alessandro Russo e Filippo Solarino (Geo Edizioni, 2011), un libro che è una ricca enciclopedia di storia del costume di una città al tempo del suo… tempo libero, quello del gioco e del tifo calcistico. Tempo libero? Non tanto: il calcio in Italia è un’invenzione del fascismo, la sua nazionalizzazione delle masse e il bolognese Leandro Arpinati ne fu il profeta (dal “Bologna”, in segno di omaggio, il “Catania” mutuò i colori, rosso azzurro e la verticalità delle bande sulla casacca). E si costruirono stadi ( a Catania intitolato a Italo Balbo), teatri di massa contro quelli drammaturgici, borghesi. Qui cade in taglio una, sia pure lunga, citazione tratta dal bel libro di Simon Martin, Calcio e fascismo, (Mondadori, 2006): “Ben lungi dall’essere luoghi di ritrovo esclusivi che avrebbero avuto un’influenza negativa sulla società, gli stati moderni erano i teatri di massa del presente e del futuro, nuovi per dimensioni, aspetto e capacità di accogliere un enorme pubblico che contribuiva allo spettacolo. Descrivendo l’esperienza del tifo per una particolare squadra come un atto collettivo di abbandono, di generosità, Bontempelli sottolineava la crescente importanza dei tifosi, anche se non teneva conto a sufficienza del ruolo fondamentale dei nuovi stadi. Più che semplici campi d’allenamento e teatri per la massa, gli stadi erano indubbiamente mezzi di propaganda con cui il regime puntava a creare una cultura e una comunità nazionale. Fa notare Tim Benton nel suo studio dell’architettura sotto il regime: in ogni località in cui si radunava un gran numero di persone, edifici, statue e dipinti erano utilizzati per trasformare il cameratismo in tribalismo, l’orgoglio in senso di superiorità, il senso di appartenenza nell’odio dei diversi… Le costruzioni ebbero un ruolo fondamentale in questo processo politico”. Il calcio e gli stadi (se ne costruirono tanti tra il 1926 e la vigilia della seconda guerra mondiale) si imposero come strumenti privilegiati per la propaganda con cui il regime puntava a creare una cultura e una comunità nazionali, mezzi portentosi della politica che resistettero fino e oltre l’avvento della modernità, dell’imprenditore puramente calcistico, oltre il modello Agnelli. A Catania l’imprenditore moderno del calcio, quello che cacciava i soldi fuori dalle proprie tasche e non dall’erario comunale, l’imprenditore che liberò il calcio dalla politica postfascista, ma intrinsecamente fascista quanto alla strumentalizzazione, della Democrazia cristiana fu Angelo Massimino che non parlava bene l’italiano (una volta pare che - come racconta Montanelli nella suddetta prefazione del libro dove Travaglio coglie in fallo persino Giampiero Mughini – il presidente del Club Catania Calcio si disse pronto a comprare “Amalgama”, visto che qualcuno denunciava l’inesistenza dell’amalgama nel gioco di squadra). E giù risate di minor peso, però, di fronte a quelle che sbommicano, svampano, divampano in eruzione alla lettura di un libro che raccoglie le riflessioni di due che l’italiano lo parlerebbero bene, per professione innanzitutto, Carmelo, appunto, Bene ed Enrico Ghezzi nel Discorso su due piedi (il calcio), Bompiani 1998. Una chiacchiera da bar sportivo, dove l’uno parlava di teatro, l’altro di blob, l’uno di Deleuze che esamina Nietzsche, l’altro di Kiarostami e di Edgar Allan Poe. Pensavano di discorrere per dare un calcio al cinema e invece finirono con il parlare del cinema (e della televisione) del calcio. Fino alla massiminizzazione del calcio, all’amalgama di tutti luoghi comuni e sconosciuti del calcio. E il Brasile “più che l’eterno ritorno, è il ritorno dell’eterno”. E l’altro: “quando il Brasile perde, piango”. Ma pianse anche per l’uscita del Manchester da una partita di Coppa. E Tardelli “è uno che insegue atleticamente l’impossibilità di essere ovunque, l’impossibilità di farsi palla” . E per finire rischiando di brutto, come Massimino i suoi soldi, Ghezzi: “Comunque, mentre parlavi di Van Basten, mi è venuta in mente una domanda. Non esiste una sorta di cinema pornografico, nel calcio, che si avvicina ai momenti più sublimi?” Bene: “Il porno come l’intendo io, cioè come superamento dell’eros, oppure come porno spicciolo?”. Ghezzi: “No, il porno inteso come cinema automatico, che non ha bisogno di farsi per intervento demiurgico, perché c’è un altro demiurgo. E’ il cinema che è il demiurgo. E’ il cinema che fa l’intervallo”. Bene: “Dove non c’è soggetto e non c’è l’oggetto. Sono la stessa cosa, insomma. Questo per me è il porno: l’osceno. O-sceno: fuori scena”. Ghezzi: “Be’, io non intendo esattamente questo”. E così di eccesso in eccesso, in sovraddose, senza amalgama.
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La rana e l’aquila… E provare un immenso disgusto per l’Italia!
“Il considerare il mondo non più da un’altezza come fecero Eschilo, Platone, Dante, Goethe, ma secondo la visuale del bisogno quotidiano e della realtà più urgente: ecco ciò che io chiamo la prospettiva della vita da rana che si sostituisce a quella dell’aquila”, (Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, p. 532, vol.1, tr.it. Longanesi Milano 1957)
L’atmosfera culturale dentro cui si sta celebrando il 150° anniversario dell’Unità d’Italia si può definire - prelevando un termine hegeliano utilizzato per Spinoza - “acosmica”, come acosmico è il trattamento storiografico che la vulgata risorgimentale riserba tradizionalmente all’Unità: tutto il “cosmo” dei fatti ridotto ad un bisogno da rana, e sono rane di storiografia politica tanto i cavourriani e i garibaldini di ritorno quanto i meridionalisti che accollano alla venuta dei Piemontesi o alla conquista regia dei Savoia la marginalità storica pre-unitaria del Meridione. Io mi propongo e vi propongo un volo d’aquila (inglese o di galletto francese) sui fatti della diplomazia internazionale entro cui si inscrive la formazione della compagine nazionale italiana. A cominciare dalla considerazione del vice-console inglese, Charles Lever, che così definiva in un suo rapporto al Foreign Office del 22 marzo del 1859 ciò che era “nazionale” per il Piemonte, strumento francese di guerra: indipendenza dall’Austria, in cambio della dipendenza dalla Francia e dall’Inghilterra (due al posto di uno): “[…] Da molti anni il patriottismo italiano è stato diviso in due parti, secondo le influenze distinte dell’Austria e della Francia. Dove l’Austria è stata considerata il nemico nazionale, come in Sardegna, l’intera lotta ha assunto la forma di uno sforzo per l’Indipendenza. Dove la Francia è stata considerata un ostacolo, come nell’Italia centrale e meridionale, tutti gli sforzi sono stati per la libertà. Lo scopo principale del patriottismo sardo è stato quello di scacciare l’Austriaco. Questo comprendeva tutto ciò che l’Italia considerava nazionale”.[1]
Il titolo del nostro intrattenimento, L’Unità d’Italia: un’idea forte con un passato debole, vale la battuta di Gaetano Salvemini del luglio 1915: “Il Risorgimento Italiano è stato un terno al lotto guadagnato con molta fortuna”. E voleva dire che nella prima guerra d’indipendenza il Piemonte era stato sconfitto dagli Austriaci e che, nella seconda, avevano vinto i Francesi di Napoleone III elargitore al monarca sabaudo della Lombardia in cambio di Nizza e della Savoia, che, nella terza - a cinque anni dall’Unificazione, per terra e per mare, a Custoza e davanti all’isola di Lizza - l’Italia, e non più il Piemonte allargato, era stata battuta anche nella battaglia navale da una potenza che non poteva certo dirsi di mare.[2] E guadagnerà il Veneto. Torneremo sul tema della geopolitica europea. Per questo nostro incontro prenderei le mosse da un passo del migliore libro sul Risorgimento scritto da un siciliano (la Sicilia ha un ruolo centralmente ineludibile quale postazione geo-storica dell’avvenimento di cui parleremo. Non solo la Sicilia, ma anche un’altra isola, capitale dell’arcipelago maltese ha uno straordinario interesse ai fini della comprensione del processo unitario). E’ Il saggio dei “tre fallimenti collettivi” come ebbe a definirlo Carlo Salinari “quello del Risorgimento, come moto generale di rinnovamento del nostro paese, quello dell’Unità, come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell’Italia meridionale, quello del socialismo, che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale”. Alludiamo a un romanzo storico che non è storia romanzata, fiction, ma storiografia, rappresentazione della Storia raccontata con maestria scrittoria e - non per questo - infido resoconto fattuale ma penna al servizio di grande intelligenza e profondità di visione storica: I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello.[3] E’ un’opera questa che un grande studioso di quella Sicilia pirandelliana (crispina), mio collega ed amico, docente di questa Facoltà, Pippo Astuto “fa sentire piccolo piccolo” (come ama confessare nelle nostre conversazioni risorgimentali). Un’opera maltrattata al suo primo apparire dalla critica e anche da Benedetto Croce e che soltanto grazie a Carlo Salinari è stata doverosamente rivalutata nel 1957 in un saggio finito a fare parte di un capitolo di un libro pubblicato nel 1960.
Leggiamo ora il passo pirandelliano da cui prenderemo lo spunto per questa nostra riflessione. A parlare è don Lando Laurentano: ”Vedeva che coloro, a cui era stato dato di fare, s’erano dibattuti a lungo tra due concezioni, una vacua e l’altra servile:quella di un’Italia classica e di un’Italia romantica: una fantasima in toga e un manichino da vestire con la livrea e il beneplacito altrui: un’Italia retorica, fatta di ricordi di scuola, quella stessa forse vagheggiata dal Petrarca[e dal Leopardi] e suggerita a Cola di Rienzo, repubblicana; e un’Italia forestiera, o inforestierata tutta nell’anima e negli ordini. Purtroppo, le necessità storiche dovevano effettuar questa. E, in fondo, non si era fatto altro che sostituire una retorica a un’altra [una dipendenza singola ad una doppia]; alla scolastica imitazione degli antichi, la spropositata imitazione degli stranieri”. Gli Italiani, “scimmie ammaestrate”, aggiunge, citando il romanziere livornese Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873). E, più in là, ad un altro personaggio, Cataldo Sclàfani, fasciante, fa dire: “… già da lunghi anni covava il fuoco in Sicilia, da che essa cioè,nel mare, si era veduta come una pietra a cui lo stivale d’Italia allungava un calcio in premio di quanto aveva fatto per la così detta unità e indipendenza della patria”. La così detta, anzi, le così dette unità e indipendenza: su questi termini ci soffermeremo, e sull’altra espressione: Italia inforestierata. Avrei potuto citare anche da Anna Banti (1895-1985), Noi credevamo, altro romanzo storico d’argomento risorgimentale, scritto nel 1957, ambientato negli anni Ottanta del XIX secolo e recentemente utilizzato per un film titolato alla stessa maniera ma liberamente manipolato. E avrei potuto chiamare a testimoniare le considerazioni del protagonista calabrese, don Domenico Lopresti, repubblicano intransigente che, nel chiuso della sua cella, convinto che “l’unità è un tranello, non è solo il Borbone che ci è nemico”, rimuginava: “Rincantucciato sul mio farto grondante di umidità mi chiedevo solo se valesse la pena di soffrire quello che soffrivamo solo perché a Ferdinando succedesse il figlio del traditore Carlo Alberto, capo di uno Stato appena un po’ più vasto, schiacciato dalle Alpi, stretto fra due mari. Ammettendo… che un giorno le mie catene fossero sciolte, non avrei trovato che una prigione più grande, ma sempre una prigione, non certo le distese sconfinate, la libertà di cittadino del mondo che appena bastavano alla mia sete di spazio. Quelle maledette sette avevano soffocato le mie naturali esigenze, mi avevano tradito. Non amavo più il mio paese, provavo un immenso disgusto per tutta l’Italia”. Invero (e non cito Consolo, e non cito Tomasi di Lampedusa e non cito De Roberto e non cito Sciascia e non cito Bianciardi) la letteratura migliore dell’Italia otto e novecentesca presenta un quadro sconsolante, sconsolato del processo unitario. E fin qui basta con la letteratura. Basta? E non è la storiografia una particolare forma di opera letteraria?
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Preliminarmente ora poniamo un’altra questione, quella di Malta. L’isola sin dal fallimento dei moti politici del 1820-1821 è stata luogo di accoglienza dei rifugiati politici piemontesi e napoletani, e, poi, dei repubblicani, mazziniani, innanzitutto. Ha visto negli anni Trenta la pubblicazione settimanale di una gazzetta bilingue, Il Mediterraneo,(1838-1874) dove oltre alla propaganda maltese dava voce (solo in italiano) all’opposizione dei Maltesi all’amministrazione inglese che invece veniva difesa da un’altra pubblicazione, Il Portafoglio maltese con un atteggiamento crescente di ostilità verso gli esuli mazziniani, maltrattati da altri fogli filoborbonici e papalini. Vi si stampava (solo cinque numeri) anche un’altra rivista nazional-antimperialista, La Valigia, di Francesco Crispi, giunto a Malta nel 1853 e che sulla guerra di Crimea scriveva : Francia e Inghilterra “[…] non sono la Francia dell’89 e né l’Inghilterra di Cromwell e di Milton: sono quelle del Jockey Club e dell’East India House, che si opposero alla Repubblica di Roma e permisero l’eccidio d’Ungheria. Codeste non pigliano interesse dei fondi pubblici, né valutano i pericoli nazionali che dal maggior o minor numero di telai che lavorano a Lione o a Manchester, e dal maggiore o minor numero di navi che si spediscono dai loro porti”. Per questa sua attività, continuata con un altro foglio, La staffetta, Crispi che nel frattempo ha intrapreso studi sulla storia medievale di Malta di cui frequenta gli archivi “onde scriverne la storia, la quale manca”[4] e per la quale chiede la consulenza all’arabista Michele Amari, Crispi - dicevamo – verrà, per timore del contagio politico, espulso dall’ “ingrato scoglio” che per il movimento nazionale italiano orientato alla cacciata dello straniero dal suolo patrio avrebbe dovuto rivestire lo stesso valore di una qualunque contrada italiana dominata dallo straniero. Anzi, Malta, dopo il grande afflusso di esuli del ’48 e il loro forte legame con i ribelli locali, era considerata “una seconda Italia”, o “l’Italia inglese”, inducendo l’amministrazione britannica all’inasprimento delle misure illiberali di controllo dello sbarco degli esuli. Seconda Italia per i ribelli maltesi e Italia del tutto per la storia dell’arcipelago! Malta, nei fatti, era un’isola italiana occupata contro il legittimo proprietario, il Re delle due Sicilie, dagli Inglesi. Da Quarto, i Mille uomini di Garibaldi, sostenitori del principio di nazionalità, antagonisti - ribadisco - della presenza straniera sul suolo italiano, combattenti innanzitutto contro gli Austriaci che dopo il Congresso di Vienna in nome della strategia di conservazione della Santa Alleanza controllavano militarmente e diplomaticamente gran parte della penisola, quei Mille avrebbero dovuto iniziare da Malta il movimento di liberazione, come pare doversi dedurre dai convincimenti di Crispi.
Malta, cos’era Malta? Perché era italiana? Nel 1930 il più grande scrittore americano di romanzi “gialli” dà alle stampe uno dei capolavori della letteratura giallistica internazionale, The Maltese Falcon (Il Falcone maltese) che era il dono simbolico annuale attraverso cui si riconosceva lo stato di vassallaggio dei Cavalieri gerosolimitani verso l’imperatore Carlo V che nel 1530 aveva concesso in feudo l’arcipelago maltese ai Cavalieri ospedalieri di san Giovanni, scacciati dalla Jihad islamica in tempi diversi da Gerusalemme, da Cipro e da Rodi dove alla fine di un’imposta periegesi si erano insediati. L’uccello, il falco, per la riconoscenza che volle tributare all’imperatore borgognone il Gran Maestro Villiers de l’Isle de Adam, fu tramutato in un oggetto d’oro, tempestato di pietre preziose, alto una trentina di centimetri che per varie peripezie arrivò ai rigattieri europei per perderne traccia nel 1911 e per farsi trama dell’opera di Hammet. La vicenda dei passaggi da una mano all’altra del prezioso simbolo feudale viene raccontata all’investigatore Sam Spade da Gutman, il grassone, che ci tiene a precisare che quelli che lui racconta “sono fatti. Fatti storici. Ma non la storia dei libri di scuola […] ma la storia-storia”. E nei manuali di storiografia, nei manuali di ispirazione meridionalistica, anche di questa “storia-storia” non c’è traccia qualificata. Di Come Malta divenne inglese lo sappiamo da Federico De Roberto, l’autore de I Viceré, in un saggio scritto intorno agli anni della prima guerra mondiale ma non pubblicato - per calcolo politico - se non nel luglio del 1940 nella “Nuova Antologia”. E vi si narra dell’isola dei Cavalieri Ospitalieri di Gerusalemme acquisita nel 1530 come “concessione in feudo nobile, libero e franco: in segno di sudditanza l’Ordine doveva mandare ogni anno all’alto Dominatore il simbolico tributo di un falco”. Avvenne poi che “in sul finire - scrive De Roberto - di quel secolo [il Settecento] Napoleone Bonaparte, persuaso dalla straordinaria fortuna a gettare le fondamenta, per sé e per la Francia, di un Impero mondiale, e preparando la spedizione d’Egitto per contendere agl’Inglesi la via delle Indie, pensò di cominciare con l’impadronirsi di malta, prima stazione di quella via, e il 12 giugno 1798 la strappò all’ordine di San Giovanni […]. I Francesi si insediarono nell’isola doppiamente usurpata: all’Ordine gerosolimitano feudatario, ed al re di Napoli, alto signore del feudo”. Gli Inglesi cingeranno d’assedio l’Isola fino alla resa della guarnigione napoleonica il 5 settembre del 1800. Albione, perfida mussoliniamente, prenderà il posto della Francia fino all’impegno, assunto con la pace di Amiens del marzo 1802, di ridare Malta ai Cavalieri come concessionari del re di Napoli. Non avverrà. Malta “napoletana” si libererà degli Inglesi nel 1961, nel centenario dell’Unità d’Italia. In quei giorni maltesi di trasloco anglo-francese o gallo-inglese a dolersene come un episodio sconveniente di maleducazione, come uno scaracco fuori dalla sputacchiera, fu la moglie di Francesco I, la regina che se ne lamentò, imbronciata, con Lady Hamilton, l’amante del monocolo Horatio Nelson che qualche anno prima aveva abbattuto la Repubblica Partenopea ricevendone in dono il ducato di Bronte : “I Francesi sono stati cacciati, il che è un bene, ma il Re ed io fummo grandemente umiliati di non avere avuto parte nella capitolazione, considerando le nostre truppe, le munizioni, l’artiglieria, e i reali diritti sull’isola… Ed è tanto più penoso il dovere constatare quanto siamo stati ingannati e quale seria offesa abbiamo ricevuto da un amico. Siamo talmente amici dell’Inghilterra da esser felici che questa nostra grande alleata possa tenere una fortezza che domina la Sicilia, ma il suo modo di procedere, questo altezzoso trattamento dopo tutte le nostre attenzioni, la nostra cordialità e le enormi spese, sono tutte cose che urtano”.
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Torniamo alla domanda iniziale: perché tanto rispetto servile verso l’Inghilterra, che sarà servilismo feroce nella repressione dei contadini di Bronte, impoveriti dalle usurpazioni della Ducea di Nelson, chiamati alle armi da Garibaldi costretto a promettere la redistribuzione del demanio decretata il 2 giugno 1860 contro i Borbone e i loro rappresentanti istituzionali? C’è una storiografia mattacchiona, in malafede o disinformata, una “storiografia del castoro” o del dispetto autolesionista, una storiografia autoevirata che se le si tocca Garibaldi si innervosisce e - cautelativamente o terapeuticamente ma a fior di pelle come una donna che aspetta i suoi fiori per dirla con La donna di fiori (Sellerio 2011) di Giuseppe Testa - minimizza la faccenda. E straparla e dice che si trattò di un unico caso di repressione contadina a favore dei borbonici proprietari di terre le cui usurpazioni demaniali erano state in qualche maniera tollerate dalla monarchia dei Ferdinandi duosiciliani. La repressione fu spietatissima nella Bronte degli Inglesi, ma non meno spietata e diffusa negli altri comuni della Sicilia rurale insorta, prima dell’arrivo dei garibaldini (tra i quali - ricorda Denis Mack Smith – “non vi fu nessun contadino”), a Caccamo, a Petralia Sottana, a Ciminna e dopo a Mistretta, ad Alcara li Fusi, a Castelvetrano, a Comitini, a Bivona, a Corleone, a Pedara, a Trecastagni, a S. Filippo d’Agira, a Castiglione di Sicilia, a Cefalù, ad Altavilla, a Gangi, ad Acireale, a Mirto, a Caronia, a Capaci, a Niscemi, a Biancavilla, a Partinico, a Villabate, a Bagheria, a Carini, a Montelepre. Si fucila oltre che a Bronte (5), a Montemaggiore (6), a Biancavilla (9), ad Alcara li Fusi (13).[5]
Una guerra civile che ne anticipa un’altra quella continentale del lungo banditismo contadino del Mezzogiorno, alimentato dalla Chiesa che si prepara al non expedit e dal malessere degli ex-soldati dello smobilitato esercito borbonico, degli orfani di Franceschiello, datisi alla macchia e pullulanti nelle campagne meridionali.
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La lettura interna spiega alcune questioni, ma si nega alla comprensione del fenomeno da mettere a fuoco all’interno della geopolitica internazionale del Mediterraneo ottocentesco, un mare di tutti tranne che degli Italiani, dei Piemontesi e della anchilosata, letargica monarchia borbonica, pittoresco regno di un solo municipio, come ebbe ad essere definito.
Il Mediterraneo, già familiare alle navi da guerra di Sua Maestà Britannica nel Seicento, dopo l’occupazione inglese di Gibilterra dell’agosto del 1704 durante la guerra di Successione spagnola e sancita dalla Pace di Utrecht del 1713, è una zona di particolare interesse imperiale quale passaggio obbligato per la connessione con l’Oriente Asiatico. Gli Inglesi inizialmente e per un secolo (fino al Congresso di Vienna) si muovono contraddittoriamente ma univocamente contro i tentativi dei Francesi di espandersi oltralpe con il rafforzamento dei Savoia e insieme dell’Austria nella pianura padana, “in quanto uno stato sabaudo forte sulle Alpi e un saldo dominio austriaco in Lombardia potevano costituire la barriera atta” a frenare i progetti di egemonia francese nella penisola.[6] Per contrastarne la strategia mediterranea la Francia si dimenava alquanto, rivelando il suo interesse di potenza maghrebina insediandosi negli anni Trenta in Algeria che - per la “Revue des deux Mondes” del giugno 1838 – era non tanto una colonia , ma “un Impero, un Impero a due giorni di distanza da Tolone”, un impero irradiante influenza, da una parte, sul Marocco e, dall’altra, sull’Egitto. La Questione d’Oriente e il tumultuante stato comatoso dell’Impero Ottomano, il grande malato, esaltano l’appetito della Russia che attraverso il controllo dei Dardanelli vuole entrare nel Mediterraneo ma che si vede bloccata dalla guerra di Crimea (1853). A Plombières - precisa Pietro Silva - si stabiliscono le tre grandi megaregioni di vassallaggio francese con l’eliminazione dell’influenza austriaca: “il Regno dell’Alta Italia, formato con l’aiuto della Francia che avrebbe ottenuto Nizza e la Savoia; il Regno dell’Italia centrale, con Girolamo Bonaparte; il Regno dell’Italia meridionale, con Luciano Murat”. (A parte la Confederazione dei tre regni di parenti savoiardi-napoleonici da tenere assieme sotto la presidenza del Papa, “re” di Roma e del Lazio, ecco dove il divertente - e non per originalità - professore Gianfranco Miglio aveva attinto l’acqua federalista della Lega Padana di un centinaio di anni dopo!) L’Inghilterra rovescerà il tavolo del “piccolo gioco” franco-mediterraneo, abbandonando l’idea di appoggiarsi contemporaneamente sui Savoia e sugli Asburgo, puntando decisamente su Cavour allo scopo di creare uno Stato unitario, di leggera (sguardo lungo gli Albionici!) consistenza ma “destinato prima o poi a trovarsi in contrasto con la Francia [e gravitante] nell’orbita britannica con conseguenze vantaggiose per la politica mediterranea dell’Inghilterra”. Il Mare Nostrum (in quegli anni Monstrum per gli Italiani che se ne tenevano lontani come i castelli dell’entroterra siciliana dal mare dei Barbareschi) interessa anche all’impero austriaco che tende all’eredità della Repubblica di Venezia, sostituita da Trieste per farsi potenza mediterranea con il progetto del Canale di Suez. “Non ha interessi da difendere” in quell’area - come scrive giustamente Pippo Astuto nel suo ultimo lavoro Garibaldi e la rivoluzione del 1860 (Bonanno 2011) “soltanto il Piemonte” che per tale motivo viene chiamato da Francia e Inghilterra a dare una mano nella guerra di Crimea in funzione anti-russa e a perderci alcune migliaia di soldati tra i quali 1.300 ammazzati dal colera. Il Regno delle due Sicilie guardava al Mare Mediterraneo come a una difesa naturale insuperabile. Ferdinando II amava dire: “Noi ci troviamo tra la scomunica e l’acqua salata” perché - commentava Raffaele de Cesare ne La fine di un regno, del 1909) - il regno confinava da una parte con gli Stati della Chiesa e per il resto era circondato dal mare” e, pertanto, la geopolitica mediterranea agli occhi del Borbone si configurava come scenario frequentato da innocui e ridicoli comprimari, imbelli protagonisti, atterriti dall’aspersorio papalino e dall’impervietà del procelloso mare del Golfo di Napoli e di Margellina, il mare da cartolina, il mare che era guarda ‘o mare quanto è bello. Per questo, gli Inglesi erano baccalaiuoli, i Francesi parrucchieri, i Russi mangiasivu.[7] Ne derivava uno scarsa attenzione alla Marina militare che pure era stata al centro degli interessi di Maria Carolina e che produceva una politica estera pasticciona e inconcludente, rumorosa a volte ma a rischio di dovere spingere irresponsabilmente in guerra il regno ora contro la Marina francese per la navigazione nel Tirreno (1836-37), ora (1838) contro la flotta inglese sulla questione del monopsonio degli zolfi concesso alla compagnia Taix-Aycard.
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Il Mediterraneo torna nell’Ottocento in auge, riprendendo la sua antica centralità nelle strategie internazionali dopo la lunga distrazione determinata dalla scoperta delle Americhe che aveva fatto dimenticare il progetto originario della via per le Indie, dei mercati asiatici. Da tempo si pensava di accorciare le distanze fra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano e il Mare della Cina, passando per il Mar Rosso, attraverso un canale.
Non è il Piemonte interessato, né il regno delle due Sicilie, ma l’Austria con la sua riviera triestina, di quella Trieste che - da piccolo centro cittadino emporiale ad attività prevalentemente agricola di tremila abitanti “sperduti nella campagna slava soverchiante”[8] - aveva“scoperto” il mare con il diploma imperiale di Carlo VI che la proclamava “portofranco” e la destinava ad essere il porto per eccellenza dell’impero d’Austria, “anello di nazioni”, città “anazionale”, cosmopolita di greci, levantini, tedeschi, sloveni, illirici, ebrei e italiani, “proiezione sul mare di tutta la monarchia”[9]. E voglio qui leggere alcune riflessioni di Pino Lo Giudice, autore di un saggio su l’Austria, Trieste ed il Canale di Suez (1981) e, più recentemente, di un’eccellente biografia di Karl Ludwig Von Bruck (Bonn 1798 - Trieste1860). Un ministro liberale alla corte degli Asburgo, recita il sottotitolo del volume (stampato da Del Bianco editore a Udine nel 2010), imprenditore triestino, nativo di Bonn, sin dagli anni Trenta interessato al progetto della realizzazione di quella via marittima che avrebbe dovuto aprire a Trieste e alla sua Società di Navigazione del Lloyd Austriaco quel “mare chiuso” che era il Mediterraneo e i mercati dell’India e della Cina, egemonizzati dall’Inghilterra e dalla Francia. Il principe di Metternich, potente primo ministro austriaco, istruito tecnicamente da Luigi Negrelli, negli anni Quaranta si muove alla conquista diplomatica del viceré egiziano, Mohamed Alì (morirà nel 1849). Bruck, intanto, “era riuscito […] ad inserirsi negli ambienti più qualificati della società triestina e grazie alle sue iniziative, tra cui la più importante il Lloyd austriaco, l’economia della città aveva conosciuto significativi flussi di esportazione di merci austriache nell’Impero ottomano ed in Grecia ed aveva sferrato al tempo stesso una concorrenza vincente sulle piazze orientali del Mediterraneo e del Levante ai commerci monopolistici inglesi e francesi” (p.71). La canalizzazione dell’Istmo di Suez strategicamente venne a porsi come la punta di diamante della sua attività prima economico-finanziaria e poi ministeriale. L’affare fu complesso con il coinvolgimento di interessi francesi, inglesi, egiziani, ovviamente; suscitò perplessità tecniche, finanziare e gelosie esasperate fino al conflitto franco piemontese della seconda guerra d’indipendenza da cui l’Austria uscirà sconfitta e alla ricerca di un capro espiatorio individuato in Bruck, spinto al suicidio nell’aprile del 1860, due anni dopo l’apertura delle sottoscrizioni azionarie che vide “la perdurante opposizione dell’Inghilterra e il raffreddamento dell’Austria, per solidarietà con il regno insulare, in polemica con la Francia, paladina dell’indipendenza italiana […]. I due grandi sottoscrittori furono in effetti soltanto la Francia (200mila azioni, precisamente la metà) e il governo egiziano, quasi 178mila […]. Quanto agli Stati italiani scarsissima l’adesione nello Stato pontificio, nei Ducati e nel Regno di Napoli. Delle 2719 azioni sottoscritte in Italia [il 5% del totale circa] ben 1373 furono acquistate in Piemonte [e in Liguria, tra Torino, Genova e Savona]” - così ricorda Salvatore Bono, aggiungendo che all’inaugurazione del 17 novembre del 1869 furono presenti, assieme ad altri principi e governanti, “l’imperatrice francese Eugenia e l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe[…]. Per l’Italia [risorta da oltre otto anni] non c’era nessuno il cui nome sia degno di ricordo”. [10]
In compenso, l’Italia cantò.
All’Opera del Cairo con il Rigoletto di Giuseppe Verdi.
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[1] Noel Blakiston, Inglesi e Italiani nel Risorgimento, Bonanno editore 1973.
[2] Sulle vicende belliche è ovvio il riferimento all’intramontabile lavoro di Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Einaudi 1962.
[3] Pubblicato nel 1909 una prima volta e nel 1913 una seconda volta, ma scritto nel 1899 e ambientato all’epoca dei Fasci siciliani e dello scandalo della Banca romana.
[4] V. Massimo Grillandi, Crispi, Utet 1969.
[5] Notizie più dettagliate si trovano in L’insurrezione dei contadini siciliani del 1860 di Denis Mack Smith pubblicato dalla casa editrice Bonanno nel volume Da Cavour a Mussolini del 1987 e nel primo dei cinque volumi di Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione, della Savelli del 1975.
[6] Pietro Silva, Italia, Francia, Inghilterra nel Mediterraneo, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1939.
[7] V. Federico Curato, Il Regno delle due Sicilie nella politica estera europea 1830-1861, Arnaldo Lombardo editore, 1989.
[8] Angelo Vivante, Irredentismo adriatico, La Voce, 1912.
[9] Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi 1982.
[10] Il Canale di Suez e l’Italia, in “Mediterranea. Ricerche storiche”, anno terzo, dicembre 2006.

Il
turco c’è, ma non si vede
In tempi in cui ci si accinge a celebrare il 150° anniversario dell’Unità (17
marzo 2011) bisognerebbe rileggere Francesco Saverio Nitti (1868-1953)
dell’inizio del secolo scorso e vedere di cambiare l’asse attorno al quale ruota
il Paese di questi secoli, di questo secolo: “E’ certo che il Regno di Napoli
era nel 1859 non solo il più reputato in Italia per la sua solidità finanziaria…
ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni.
Scarso il debito; le imposte non gravose e bene armonizzate; semplicità grande
in tutti i servizi fiscali e nella Tesoreria dello Stato. Era proprio il
contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti
elevatissimi; dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni
continue fatte in gran parte senza criterio, con un debito pubblico enorme, e a
cui pendeva sul capo lo spettro del fallimento”.
Altri aspetti negativi affliggevano il Meridione dei Borbone, ai margini della rete di relazioni europee tessuta al centro da Inghilterra e Francia. Ma era una marginalità viva che tentava, tendeva a farsi centro.
Il carbone settecentesco inglese come lo zolfo ottocentesco siciliano, la Sicilia come il Northumberland o il Cumberland o la Contea di Durham, zone storicamente marginali, insediamenti di aristocrazie depresse: da quei margini sortì la contemporaneità, da quelli inglesi e da quelli siciliani.
La Sicilia preunitaria ebbe i suoi fortini di eccellenza per una produzione d’esportazione che procurava buona valuta straniera. Anzi tutto lo zolfo che sul desco della prima industrializzazione fu il piatto di portata che si disputava la leadership con il cotone indiano. Se questo fu detto the King (o il Re Sole) del modo di produzione industriale planetario, lo zolfo siciliano meritò il titolo di Gran Ciambellano, Lord Chamberlain, il cardinale Richelieu. Lo zolfo è stato rappresentato nei quadri mentali popolari come il metallo del Diavolo, una materia prima diabolica; eppure ha conosciuto soltanto encomi come se fosse opera divina, nonostante la tragedia dello sfruttamento minorile dei carusi e la devastazione ambientale dei fumi dei calcaroni.
Tra Caltanissetta e Catania nel 1839, l’anno dopo la crisi dei rapporti tra Regno di Napoli e Gran Bretagna, una quasi-guerra, si contavano 407 miniere in tutta la Sicilia. Cresceranno ancora di numero, nonostante le ricorrenti sovrapproduzioni.
L’epopea dello zolfo (e dello zolfo nisseno) - che tra alti e bassi si concluse con l’ultima vampata della guerra di Corea del 1950 e, quindi, con la costituzione dell’Ente minerario Siciliano della legge regionale dell’11 gennaio 1963 - origina nel 1787, anno del processo Leblanc mediante cui si otteneva da un acido di zolfo, quello solforico, messo a reagire con il sale comune, la soda utilizzata nell’attività dell’industria tessile come sbiancante e colorante. L’industria chimica e quella tessile, internazionali, volàno di tutto il processo di industrializzazione che ha dato il profilo irreversibile alla contemporaneità, nascono dallo zolfo siciliano.
Fu un padre nostro, lo zolfo, di vita effimera, di una consistenza - quanto a durata e a struttura progettuale – analoga a quella dell’isola Ferdinandea che sbocciò dal mare antistante Sciacca nel luglio del 1831 e si inabissò poco dopo. Fu rimandato di sette anni lo scontro frontale tra il Regno di Napoli e Sua Maestà Britannica in disputa per la proprietà dell’isola, con la guerra minacciata del 1838 (e che non ci fu, perché realmente non voluta da nessuno delle potenze europee in riassetto antirivoluzionario dopo i moti del ‘30).
Se Caltanissetta è stata la capitale dello zolfo, Catania è stata città dello zolfo; mentre il territorio nisseno diventava un gruviera di miniere, l’affaccio a mare etneo iniziava a cingersi di ciminiere. L’apparato industriale catanese sul finire degli anni Ottanta dell’800 fu trainato dallo zolfo proveniente dai comuni di Assoro, Centuripe, Leonforte, Ramacca, Regalbuto, Raddusa, Agira. Tutti comuni, tranne due, che comporranno, assieme ad altri territori sottratti a Caltanissetta, la provincia di Enna, costituita nel dicembre del 1926. Poi verrà lo zolfo americano che annienterà gradualmente il monopolio di quello siciliano.
E c’era l’agrume amaro, importato decorativamente dai conquistatori Arabi e nella versione dolce, ‘u puttuallo, dal Portogallo (e da qui in Sicilia) dove si imparò a conoscere sin dalla fine del XVI secolo. Consumato in quantità gigantesche dalla ottocentesca Royal Navy, ebbe la funzione di scorta della potenza di fuoco dei cannoni alle fiancate del naviglio di Sua Maestà Britannica. Lo scorbuto per chi andava per mare era molto più dannoso dell’imperialismo di Napoleone e della flotta francese. Ne decimava più che le palle di fuoco del naviglio napoleonico. Con le cannonate inglesi …. dell’arancia siciliana si mandò in frantumi la grandeur di Napoleone.
Nel 1818 un brigantino palermitano approdò in America a scaricare succo di limone, cassette di arance, zolfo. Germania, Austria, Russia, Olanda, Inghilterra, gli Stati italiani erano grandi consumatori di essenze e di agro di limone siciliani. I derivati agrumari, l’acido citrico innanzitutto, fecero di Messina e di Palermo, la Conca d’oro, due grandi centri di esportazione internazionale, come Catania lo fu per lo zolfo. E sono agrumi che rianimarono e rivalutarono le terre non irrigue a coltura intensiva, in terreni trasformati, i più redditizi d’Europa. Poi verranno gli altri agrumi, anche americani, quelli della Florida.
E la vite e il vino: “Chiunque abbia avuto un rimorso da placare, o da evocare un ricordo, un dolore da soffocare o un castello da innalzare in Ispagna, tutti infine hanno invocato, o misterioso dio nascosto nelle fibre della vite”. Così Charles Baudelaire scioglieva il suo inno alla dionisiaca vite, germogliata dall’impatto del tonitruante Zeus su Semele, il fulmine sopra la terra. Ma saranno sempre gli Inglesi a trarre profitto dalla dinamica agricoltura siciliana ottocentesca: a Marsala Woodhouse, Ingham, Whitaker compreranno terre e “bagli” e produrranno il Marsala, sostitutivo dello Sherry e del Porto, per l’approvvigionamento della flotta britannica di Nelson e degli ammiragli successori.
Ed ancora il sale delle saline trapanesi, buono per la fabbricazione della soda artificiale e per la conservazione del pescato, dei tonni di Favignana e di Formica nelle isole Egadi, di Solanto e di S. Elia presso Palermo, delle acciughe, delle sarde e delle alici di Catania, Augusta, Milazzo, Sciacca.
Seguiva in lenta ascesa l’attività cantieristica ed armatoriale di Palermo (i Florio) e di Riposto (industriali vitivinicoli), eccezione positiva di un sistema portuale che fu (fu?) il tallone d’Achille di questa struttura economica ben piantata ed orientata all’esportazione. E qui cade in taglio una lunga citazione da Denis Mack Smith: “Siracusa che avrebbe potuto essere uno dei migliori porti del Mediterraneo centrale, era in genere deserta… La meravigliosa e profonda baia di Augusta… non vedeva quasi mai una nave… Pozzallo, il porto di Modica non aveva strada… A Sciacca, il porto più importante per il commercio del grano, non c’era ancoraggio se non molto al largo, nessun molo di carico e nemmeno una strada che scendesse al mare… Girgenti, il punto d’imbarco del minerale di zolfo, [non era riuscita a] costruire un frangiflutti [sia pure] con le rovine del tempio greco di Giove [per cui] le operazioni di carico erano estremamente lente e dispendiose, ed erano necessari quattrocento scaricatori anche per una piccola nave, mentre molti ergastolani lavoravano continuamente per mantenere libero il porto dei banchi di sabbia”. E così a Mazara, e così pure a Marsala con il porto ostruito di relitti per ragioni difensive dagli Spagnoli del sedicesimo secolo. E così anche a Catania, con il suo porto-gebbia, ribadito nella sua “nanità”, dal Paternò Biscari intorno al 1770, ad un secolo dall’effusione lavica del 1669 che cambiò l’orografia urbana.
Per dirla con Roberto Martucci (L’invenzione dell’Italia unita) che assume la parabola politica di Ippolito Nievo quale cifra simbolica del processo unitario, il nostro è stato un “Risorgimento senza eroi”, di grande corruzione (attraverso gli Inglesi che con la mediazione turca affogarono di piastre d’oro la Marina borbonica, si dice ma non si dimostra documentalmente. Un’assenza documentaria, questa che può valere quanto uno straripante forziere documentario: nelle operazioni segrete l’operazione migliore è quella che non si vede, per l’appunto, segreta). Il Nievo all’alba del 5 marzo 1861 di ritorno da Palermo affondò con il piroscafo a vapore Ercole al largo di Napoli. Scomparvero altre ottanta persone assieme alle casse documentarie del “Rendiconto” amministrativo delle “imprese” dei Mille (1087: recita la storiografia puntigliosa) e dell’Esercito meridionale. Nulla fu più trovato. Emerse soltanto uno Stato che smantellò i fortilizi economici meridionali e siciliani, adottando nel 1861 il libero-scambismo dell’agricoltura lombardo-piemontese nefasto per quei primi germogli di industria protetta borbonica, imponendo il corso forzoso della lira che permise alla Banca Nazionale di rastrellare le riserve d’oro del Sud, più tasse e meno commesse industriali per il Sud, annichilimento della cantieristica napoletana e palermitana per quella ligure, e con la virata del protezionismo industriale del 1887 annientò le colture intensive (agrumi e viti) che avevano eroso per tutto l’Ottocento grande spazio alla cerealicoltura tradizionale.
La grande depressione venticinquennale (1870-1895) completò l’opera di mortificazione dell’economia siciliana, per nulla confortata dallo Stato unitario.
Ci siamo ancora
dentro, dentro a questo sconforto, a quella disattenzione di ingratitudine.
L’Italia siamo noi che popoliamo la lunga penisola meridionale. Il resto è
alpigiano. Ma è il resto che comanda. Doveva avvenire il contrario: Ammiragli
del Mediterraneo, la testa e il cuore a mare, i piedi sulle Alpi.

Uomini e donne. Parole e colori insulari
Un'isola, bagnata dalle parole, che ha perso da tempo immemorabile il mare, il mare delle opportunità. Anzi, non ha mai avuto un mare, sospesa nella sua insularità, ai margini di un vuoto di Storia, riempito da parole e da esuli interni, salutato dalla nostalgia dei suoi emigrati che ricordano la Sicilia nel dolore di un ritorno desiderato ma inattuato, inattuabile.
Leonardo Sciascia, compendio della letteratura siciliana del Novecento - tra Luigi Pirandello e Stefano D'Arrigo (nato ad Ali Marina messinese nel 1919), straordinario ed eccentrico creatore linguistico (Horcynus Orca 1975) - lo scrittore di Racalmuto, dicevamo, nei narratori siciliani vissuti tra il XVIII e il secolo suo colse un tratto comune: la condizione dell'esclusione e, quindi, dell'esilio. Vale l'opportunità della citazione: "Da Palmieri a Quasimodo ogni siciliano che fugge dalla Sicilia sarà nella condizione dell'esule, di colui cioè che non può tornare. E in alcuni questa condizione si fa dolente memoria, nostalgia, mito; in altri volontà di dimenticare, insofferenza, rancore. Tutti comunque hanno sentito drammaticamente e vissuto con dolorosa ansietà il fatto di essere siciliani, di fare parte di una realtà, di un modo di essere, di una condizione umana diversa ed irreversibile; e più o meno consapevolmente, più o meno liberamente, non si sono sottratti alla condanna di rappresentare quella realtà, quel modo di essere, quella condizione umana".
I Siciliani sono, pertanto, conversatori per scelta e per obbligo, per virtù necessitata (Elio Vittorini, siracusano 1908-1966, Conversazione in Sicilia 1941), grafomani o retori, straordinari artigiani della parola scritta od orale, come quel sofista, Gorgia da Lentini, fondata nel 729 a. C. dai Calcidesi di Naxos.
Di Lentini, centro agrumicolo, è un suo grande scrittore Manlio Sgalambro (1924), di intelligenza scintillante e di eleganza scrittoria, di parole ordinate e lustrate in rigorosi sillogismi, aforismi taglienti come staffilate o apparizioni brucianti, comete solcanti il ciclo: "il destino di un'isola è nel suo inabissamento". E di Lentini era Sebastiano Addamo (1925-2000), saggista (Vittorini e la narrativa siciliana contemporanea, 1962), poeta e narratore (II giudizio della sera, 1974; Un uomo fidato, 1978).
Scrivere, mettere insieme e curare parole a surrogato della realtà delle cose, abbaglianti o luttuose, sovraesposte o sottoesposte.
Fuori fuoco per eccesso o per difetto, su di un piano sghembo alla Storia, dentro il calligrafismo, il virtuosismo della bella scrittura di Gesualdo Bufalino, ragusano di Comiso (1920-1996), con Diceria dell'untore, 1981: Argo il cieco, 1985; Le menzogne della notte, 1988.
Fuori dal mare, un'isola (che è insula, in salo, un accidente della sua substantia, l'acqua salsa) è un luogo mentale, una costruzione di carta, un delirio o una prigione, un latifondo, una zolfara, un'epopea di minatori come in Baltico (1988) dell'agrigentino Matteo Collura (nato nel 1945 ed esordiente, come romanziere, nel 1979 con Associazione indigenti) o un delirio onirico di riscatto ne La rosa di zolfo (1957) del catanese Antonio Amante (1900-1983) di Viagrande, terra vignata dell'Etna, fuggito a Parigi dopo una provocatoria messa in scena teatrale di Sant'Agata, impersonata da una donnina.
Gli è per questo che la letteratura isolana è un pianto rurale di lacrime sulfurue o irriverenza anarchica, alambicco di lingua o arabesco di dialetto, poesia contro: contadini e zolfatai, entrambi protagonisti dell'Almanacco per il popolo siciliano (1924) e dei Mimi Siciliani (1928) dell'ennese di Valguarnera Caropepe, Francesco Lanza (1897-1933).
Fuori dalla Storia, perché "perfetti" come ne II Gattopardo (1958) di Giuseppe Tornasi, palermitano, principe di Lampedusa (1896-1957) e, quindi, contro la Storia, impostura dei vincitori sui vinti, che va da tempo denunciando nei suoi romanzi anche il messinese Vincenzo Consolo (nato a S. Agata di Militello nel 1933), con la sua scrittura di generi e stili contaminati.
Paesaggi trasognati o visti attraverso l'occhio della luna, il sogno ed ancora il sogno sui miti antichi, sui simboli esoterici che travalicano la Storia inospitale alla marginalità estetica di forte sentire dei gemelli, Fanciulli divini con libro d'arcobaleno, Antonio e Gaetano Brancato (nati a Floridia siracusana nel 1937), pittori favolosi di Orfeo, di Mercurio e di Pegaso, di Centauri, di Labirinti, di Astolfo che cerca il senso di Orlando, di Terra che gira intorno a me ed io intorno ad essa, di antri incantati in riva al ciclo dopo il Diluvio.
Isola, templi, vulcani, cieli e mare mitizzati da visione di capriccio di Enzo Indaco (nato a Paterno catanese nel 1940); pittura colta, esoterica, densa di simboli massonici, di figure archetipiche, di Streghe e di Medee, di corpi di raffìnatissima sensualità, (s)coperti in drappeggi di caldi, torridi colori che trasmutano in civette, serpenti, minotauri, pavoni, animali sacri d'Egitto e della Grecia antichi di Alberto Abate (nato a Catania nel 1946, figlio d'arte del padre Carmelo); giocosità lucente di pittura scultura ed incisione che nasconde la grande tradizione internazionale dei Picasso, Modigliani o Klee del maestro Sebastiano Milluzzo (nato a Catania nel 1915); cromatismo puro, informale, gioco spensierato e allegro, barocco come le forme architettoniche della Sicilia orientale risorta dopo il terremoto del 1693, carnevalesco come una pioggia di coriandoli, di sapienza tecnica volta ad animare l'informe sintetico del materiale di plastica, di Nino Mustica (nato ad Adrano catanese nel 1946).
Tra quei paesaggi, disegnati con tratti "veristi" da Roberto Rimini, palermitano (1888-1971), non mancano le forme urbane, le città (Elio Vittorini, Le città del mondo, 1952-1959). Di Enna, ombelico siculo, scrisse Nino Savarese (1882-1945) ne I fatti di Petra (1937). Laureatosi con una tesi criticamente ingenerosa su Federico De Roberto (1861-1927) autore de I Viceré (1894), il più grande romanzo della letteratura contemporanea italiana, di Catania Vitaliano Brancati che pure ebbe i natali a Pachino di Siracusa nel 1907 (morì nel 1954) è stato il cantore, rinominandola Natàca quale antipode anagrammatico di Catana. La città è assunta quale metafora del mal di vivere, cifra del mondo rimpicciolitosi a nero tugurio su cui s'è venuto ad abbassare il cielo con la corte di nuvole nere che offuscano l'orizzonte, chiusosi sulle viuzze del gallismo, sulle alcove dell'amore mercenario che alimentano la prepotenza dell'impotenza sessuale ed esistenziale (Don Giovanni in Sicilia, 1941 e II bell'Antonio, 1949). Anni perduti (1935-1939 ) è il romanzo di una generazione quella fascista (rappresentata mirabilmente nel Rubè del critico, commediografo, saggista Giuseppe Antonio Borgese, 1882-1952) che vide nella costruzione della Torre Alessi la metafora di una postazione capace di dare una visione alta, "di mettere il piede sopra il cielo". La Torre Alessi era, in realtà, una giara aerea, un contenitore idrico con terrazzo-belvedere utilizzata per l'irrigazione degli agrumeti - a nord del centro urbano - di proprietà di un imprenditore, tale Alessi. Non ne è rimasta traccia se non nella toponomastica della via omonima di un quartiere ingranditosi con l'ampliamento edilizio del secondo dopoguerra. Nell'immaginario comune dei catanesi è Valtrove del deserto dei tartari di buzzatiana memoria, materiale costruttivo di strategie di evasione dalla Sicilia.
Gli anni si perdono, ancora oggi, in visioni turrite alla Brancati. O in racconti di cavalleria sulle sponde dei carretti in un retablo di scene di paladini e saraceni davanti ai quali si fissavano gli occhi del ragazzo Renato Guttuso (nato a Bagheria palermitano nel 1912 e morto a Roma nel 1987) che, grazie al maestro futurista Pippo Rizzo (Corleone 1897-1964), farà esplodere nella maturità il suo segno personale di "realismo sociale ed esistenziale".
Al movimento di Filippo Tommaso Marinetti, "caffeina d'Europa" succosissimo fu l'apporto tributato dai Siciliani in pittura e in letteratura, "veloci colline di lava ottimista e creatrice". Per la Sicilia orientale è sufficiente citare la catanese Pickwick, "la rivista più piccola del mondo" o la messinese La Balza Futurista; per l'area palermitana Arte futurista italiana con l'aereopittura di Vittorio Corona (1901-1966), di Giulio D'Anna (1908-1978), di Adele Gloria (1910-1984 catanese, poetessa pure), di Giovanni Varvaro (1888-1973).
Ai futuristi che restano da esuli interni fa da controcanto negli anni Trenta un esodo cospicuo di artisti che giungeranno alla fama e alla maestrìa come Giuseppe Migneco di Messina (1908) o Emilie Greco (1913) o Elio Romano trapanese (1908), paesaggista di atmosfere rurali o, ancora, Nunzio Sciavarello, catanese di Bronte (1918), incisore, innanzitutto, allievo di Mino Maccari o Domenico Lazzaro (1905-1968) che precocemente brucerà l'esperienza futurista e si inoltrerà nell'attività di scultore (la sua opera più nota, ma non più interessante esteticamente, è la statua della Giustizia (1953) del Tribunale di Catania: una giustizia senza bilancia, persa nei corridoi del Palazzo).
Ritorneranno dopo il secondo dopoguerra a guidare la mano dei nuovi artisti che a Catania in buona parte guarderanno e guardavano alla scuola di Pippo Giuffrida (1912-1977).
Rientreranno in Sicilia, come Piero Guccione (1935) per "ricavare dalla luce e dai cieli di questa isola i colori da mettere nelle tele" o per immergersi - è stato detto - nel mare di Scicli o di Vendicari nel gesto senza tempo del tuffatore etrusco dell'affresco di Paestum e salvare la memoria del mare con "piccole schiume in cima alle onde, come fosse la pagina di un concerto o una preghiera da recitare" - per dirla con Corrado Sofìa, altro eminente uomo di lettere siciliano da poco scomparso.
In ogni paesino, in ogni città, eminente o laterale (ed in Sicilia è laterale il centro), in ogni quartiere o rione urbano si nascondono mutriosi e talentasi ingegni che scrivono memorie locali, poesie, trattati di filosofia, pamphlet apocalittici o che dipingono con colori impastati di lava o scolpiscono la pietra dell'Etna di racconti omerici.
Uno per tutti vale citare Angelo Scandurra, sindaco di Valverde, un piccolo centro alla falde del vulcano. E' un poeta, ermetico e solare, con alle spalle del suo studio istituzionale una gigantografìa, a tutta parete, di Totò in Uccellacci ed uccellini di Pier Paolo Pasolini.
Non il Crocefisso, né la foto del Presidente della Repubblica, ma uno sberleffo antistituzionale a risarcimento della Storia dei vinti, a compensazione della sconfitta di tutti gli intellettuali dei Meridioni del mondo.
Un rancore teatralizzato come nelle feste religiose di Sicilia, come nelle espressioni d'arte isolana.
Tra
Roberto Alajmo (L'arte di annacarsi) e Karl Schlögel (Leggere il
tempo nello spazio)
“I luoghi sono testimoni affidabili. I ricordi sono flessibili, al punto che si
possono immaginare e inventare passati. I luoghi, al contrario, non si adattano:
sono sempre stati dove sono. Hanno una vita propria. Una specie di diritto di
veto. Sono le montagne che continuano ad esistere anche quando la fede che le ha
spostate è svanita da tempo. Sono le pianure che continuano ad esistere anche
quando tutta la fatica è stata compiuta. Sono le superfici su cui restano
visibili le tracce lasciate da generazioni ormai trascorse”. Così recita la
quarta di copertina della traduzione italiana della Bruno Mondadori del saggio
di Karl Schlögel.
Una volta il viaggio era l’anima della Storia, era lo Spazio ad animare il
Tempo. E però … mentre si conoscevano luoghi, uomini e tradizioni nuovi, li si
trasformava in idee, larve delle realtà, larve reali, la muta del serpente che
lascia la sua pelle negli spazi abbandonati per i sentieri strisciati.
Trasformazione quasi istantanea: il Settecento è l’età apicale delle scoperte
geografiche che si trasformano in materiali ideali, in carbonella per i lumi
degli illuministi. A proseguire la spazialità verrà espunta dalla
rappresentazione della Storia dell’idealismo sia hegeliano, sia crociano, sia
marxista e, comunque, storicista. E’ per questo che Karl Schlögel ha messo
insieme le sue riflessioni, per ricordarci che bisogna Leggere il tempo nello
Spazio o che la Storia è geografia in movimento se non si vuole trasformare
il racconto storiografico in un conte philosophique o, peggio ancora, in
cronosofia che è quello che avviene nelle aule universitarie dei Dipartimenti di
Storia, disadorne le pareti di una pur minima cartuzza geografica: Bismarck
disse, Hitler pensò, Churchill sottovalutò, l’Italia mitternichiana era
un’espressione geografica, i documenti d’archivio della Segreteria particolare
del Duce, la questione (filosofica non geografica) meridionale e così
de-spazializzando. Ma si può eccedere nel contrario e ricavare l'identità
(predefinita) e lo spessore delle biografie dalla spazialità. E Firenze, gli
Uffizi, il Battistero, il Ponte vecchio, la spazialità manufatta o naturale di
Firenze sono Dante Alighieri o la mia amica Lea, deducibili dalla
descrizione di un viaggio e condannate alla fiorentinità presunta. Meglio allora
questa altra citazione di Schlögel:
“Il binomio ‘essere e tempo’ non risolve l’intera dimensione dell’esistenza e
Fernand Braudel aveva ragione quando parlava dello spazio come ‘il nemico numero
uno’: la storia umana come lotta contro l’horror vacui, sforzo incessante di
controllare lo spazio, dominarlo e infine impadronirsene”.
I Siciliani dei viaggi in Sicilia, quelli che praticano l'arte di annacarsi,
di piétinier sur place, di muoversi senza spostamento sono gli abitanti
della Sicilia, compresi i cinesi, i maghrebini, i senegalesi e tutti gli altri
siciliani che vorrebbero liberare l'isola da tutti i Siciliani che si deducono
dalla terra isolana, come la melanzana dall'orto, la lava dall'Etna, i masculini
dalla rete di pesca?

Inquisito/re
Se si fosse identificato senza riserve in Diego La Matina, Leonardo Sciascia
avrebbe potuto e dovuto ammazzare nell’atelier comunista-berlingueriano a colpi
di pennello in testa Renato Guttuso (nel 1983, argomenti questionati: le Brigate
rosse, i servizi segreti della Cecoslovacchia, Berlinguer) o nel suo studio
antimafioso Leoluca Orlando con fendenti di sospetto-dell’anticamera-della
verità (la recensione a Christopher Duggan sul Corriere della Sera e la
polemica dei professionisti dell’antimafia) o Eugenio Scalfari a sbatacchiamenti
di giornale o, persino, il figlio del generale Dalla Chiesa a getti di
moralismo. Certo, l’avrebbe fatto anche se dopo La scomparsa di Majorana
del 1975 tenderà a perdere interesse per Diego sentendoselo lontano, come figlio
degenere, sia pure tanto amato in passato.
Tutti gli studiosi sanno per i diffusi e ripetuti riferimenti di Sciascia nella
sua vasta produzione quanto sia stato problematico il rapporto tra il N. e
l’agostiniano scalzo di Racalmuto. Morte dell’Inquisitore “dei miei libri
quello che preferisco” - confessava nel 1979 alla Padovani - è un saggio
storiografico, di grande storiografia, ma è anche il progetto di ricerca
intellettuale di Sciascia durato a lungo nella sua vita.
Abbiamo studiato Diego La Matina con la guida alla lettura
che Sciascia predicava nel 1964. In forza dei suoi suggerimenti Diego La Matina
sarebbe stato letto, anzi è stato letto come un’anticipazione storica, una
prefigurazione o una metafora di Antonio Gramsci e delle carceri della Santa
Inquisizione annunzianti la galera del fascismo [“Senza metafisica e senza
barocchi orpelli, in tempi più vicini a noi, un uomo di intendimenti non
dissimili da quelli del Berino e del Matranga ordina : il cervello di quest’uomo
non deve più funzionare”].
Tre anni dopo, nella ristampa de Le parrocchie di Regalpetra scriverà:
“[…] questo breve saggio o racconto, su un avvenimento e un personaggio quasi
dimenticati della storia siciliana, è la cosa che mi è più cara tra quelle che
ho scritto e l’unica che rileggo e su cui ancora mi arrovello. La ragione
è che effettivamente è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre
tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa:
un nuovo documento, una nuova rivelazione che scatti dai documenti che già
conosco, un qualche indizio che mi accada magari di scoprire tra sonno e
veglia…”. Un rovello da insonnia!
Diciotto anni dopo, una generazione (e che generazione!) dopo, l’indizio che
sarà sopravvenuto tra sonno e veglia, tra il sonno e la veglia di diciotto anni,
un altro mondo un “oltremodo” si raggruma in un volumetto, Cronachette
del 1985 che ospita una divagazione borgesiana, quella su don Mariano
Crescimanno, benedettino illuminatista o molinista, morto in una
cella dell’Inquisizione palermitana nel 1771 che a Sciascia permette di dire, a
soluzione del rovello della Morte dell’Inquisitore : “l’inimicizia dei
fanatici è propriamente un fatto speculare. Dell’animale che nello specchio non
si riconosce e aggredisce la propria immagine. Della destra che diventa sinistra
e la sinistra destra. Di una identità ignorata o negata. Di un errore o orrore
di sé – errore ed orrore di esistere, in definitiva – come errore ed orrore
degli altri.” Il breviario di don Crescimanno attraverso don Gaetano Alessi,
consultore e qualificatore del Tribunale dell’Inquisizione, giungerà nelle mani
del marchese di Villabianca. Un dono che è la “reliquia di un celebre
malfattore”, dirà il marchese. Entrato nella metafora, Sciascia ne esce
commentando che “nell’oltremondo il virtuoso e savio marchese di Villabianca si
riconobbe nel peccatore e folle don Mariano Crescimanno”.
Lo spazio temporale occupato da un’intera generazione è una piega della storia.
Anzi, una piaga. E Sciascia era abituato a pensare che la Storia fosse un
vestito plissè, una corsa di pieghe, una teoria di piaghe. A Sciascia,
sin dalle scuole elementari piaceva la storia: “le mie preferenze andavano alla
storia (ovviamente, stiamo parlando di storiografia che è un sapere
inquisitoriale), senza dubbio perché il maestro ce la raccontava in maniera
romanzesca”.
La Storia del tempo vissuto da Sciascia è una sequela di piaghe/pieghe: il
fascismo, l’antifascismo, la guerra, il Sessantotto, Dubcek, il terrorismo delle
BR, l’entrata e l’uscita dal PCI, il sequestro, l’inquisizione brigatista e
l’uccisione di Moro, il caso Tortora e i Radicali e la Sicilia, la piega,
questa, più piagata a volere bene intendere quanto confessò alla Padovani: “la
storia siciliana è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione,
sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia storia è una storia di
sconfitte. O più dimessamente di delusioni. Da ciò lo scetticismo: che non è, in
effetti, l’accettazione della sconfitta, ma il margine di sicurezza, di
elasticità per cui la sconfitta … non diventa definitiva e mortale. Lo
scetticismo è salutare. E’ il migliore antidoto per il fanatismo. Impedisce cioè
di assumere idee, credenze e speranze con quella certezza che finisce con
l’uccidere l’altrui libertà e la nostra”.
Diego non era scettico. Diego era fanatico, di tenace concetto, qualità
rinvenutagli da un altro consultore e qualificatore, e pertanto anch’esso uomo
di tenace concetto, come tutti gli inquisitori, Girolamo Matranga. Diego non era
uno scettico ma di mucha terquedad, di molta ostinazione. Fa pensare, la
terquedad, spagnola, per assonanza, italiana, alle robuste terga del mulo
e non alle sofisticherie mentali di un uomo, ostaggio della propria
intelligenza. Insomma i cretini non impazziscono e Diego non era folle, ma
cretino, fanatico come Cisneros. E Sciascia temeva la follia (“sono così
soddisfatto della mia mente che una paura mi assale: di doverne vivere il
contrappasso nella follia”).
L’uomo di tenace concetto, Diego, non impazzisce (la locura del 1655
ottobre: enloquecido porque sus discursos eran despropositados y las acciones
de loco) e non confessa a la primiera mancuerda (del 1652), essendo
già “folle”, fanaticamente pertinace.
Lo scetticismo come abito di chi vuole abitare senza oltranze ideologiche o
religiose la Storia che è rappresentazione delle sue pieghe, delle piaghe.
Come ha ben detto Ambroise “la morte dell’inquisitore, l’eretico ha da attuarla
dentro di sé” per distanziare quell’abitudine al tenace concetto che lo
imprigiona nel fanatismo di uno speculare apparato mentale inquisitorio. E in
Morte dell’inquisitore le vittime protagoniste sono due, la morte riguarda
Cisneros e Diego. Chi dei due non è l’inquisitore?
Un grande modello di rappresentazione della Storia è quello del saggio
storiografico o del racconto-inchiesta de I promessi sposi che è la
storia romanzata o il racconto storiografico (e la storiografia è un racconto di
fatti storici) di una piaga, la peste del 1630, che esalta un’altra piaga, la
tortura su cui si erigerà la “colonna infame” costruita nel sito dell’abitazione
distrutta degli untori, altra piaga a seguito, questi, della piaga primaria.
A sua volta la colonna infame avrà altre pieghe di libro - Verri Pietro,
Alessandro Verri, protettore dei carcerati come il Diego sciasciano, di Cesare
Beccaria, di Alessandro Manzoni con la sua Storia della Colonna infame
“alla quale mai ci stancheremo di rimandare il lettore” scriveva Sciascia,
ricordando la peste del 1624 diffusasi in Sicilia due anni dopo la nascita di
Diego La Matina venticinquenne nei moti rivoltosi del 1647, come annota Vittorio
Sciuti Russi nel tentativo pregevole (di un suo volumetto) di dare coordinate
storiche e sociali all’intuizione di Sciascia, relativa alla definizione
dell’eresia di Diego.
Manzoni solo alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento si deciderà a rendere
parte integrante del romanzo il suo studio sulla colonna infame che riprendeva
le Osservazioni sulla tortura dello zio Pietro Verri (il padre reale o
naturale di Manzoni è Giovanni Verri). Una decisione che dovette risentire del
ritorno della Storia attraverso l’epidemia del colera del 1835-1837, attraverso
gli untori, agenti della Storia, pedine colerose dei tempi del Manzoni, per ben
quattro volte spettatore della pandemia presente nella sua Italia ottocentesca
del 1835-1837, del 1849, del 1854-55 (il 1855 è l’anno del colera de I Vicerè
di Federico De Roberto), del 1865-67, e poi del 1884-86 e del 1893.
Il colera che ci interessa, quello tra “Ventisettana” e “Quarantana”, quella de
I promessi sposi senza e quello de I promessi sposi con
La storia della colonna infame alla quale rimandava Sciascia nel 1986, il
colera che ci interessa è quello del 1835-1837 con il 35,5 per mille dei morti
in Sicilia in aggiunta alle vittime delle conseguenti rivolte antinapoletane e
il 13 per mille della Lombardia (l’8,5 per mille solo a Milano), seconda regione
della penisola per tasso di mortalità colerosa. E si rividero i monatti, i
medici di dotta ignoranza che visitavano i pazienti, ricoperti con uno
spaventoso burqa di pece, di cappa nera, il lazzaretto, i carri funebri, la
caccia agli untori, “pagati” dai governanti per odio nei confronti delle classi
inferiori e pericolose che chiamavano alle armi contro i gendarmi che
avvelenavano i pozzi.
Mentre la Storia degli anni Trenta dell’Ottocento veniva fuori con la prepotenza
del vibrione coleroso, arretrava il romanzo storico de I promessi sposi,
sconfessato negli stessi anni in cui veniva pensata l’edizione della “Quarantana”,
si affacciava la storiografia, il racconto-inchiesta della Storia della
colonna infame.
Tre anni prima di lasciarci, a conferma del rovello tenace avverso al Tribunale
dell’Inquisizione del Luogo Comune, prodotto dalla cultura alta e legittimata
dalla credulità popolare, di quel Luogo che non ama ospitare l’eresia della
contraddizione e dell’intelligenza scettica, nel 1986 Sciascia pubblicò un
omaggio, “un sommesso omaggio” a Manzoni, La strega e il capitano dove si
narra della morte nel 1617 per strangolamento ed abbruciamento di Caterina de
Medici, una povera donna che, creduta maga fattucchiera, si credeva di essere
una strega con il potere di “maleficiare” il senatore Luigi Melzi, personaggio
storico de I promessi sposi.
Sciascia rinviene in Manzoni lo storiografo della tortura o l’indagatore
dell’origine del luogo comune, origine individuata nella dotta ignoranza dei
“cretini intelligentissimi” o dei “perfetti cretini” (“non per modo di dire: ché
la perfezione sta alla cretineria meglio che all’intelligenza; l’intelligenza ha
sempre, come i tessuti dei navajos, una qualche imperfezione o fuga”). Negli
inquisitori, uomini di tenace concetto.
Non fu Sciascia uomo di tenace concetto. Lo fu, invece, don Mariano Arena con la
sua aria di famiglia, “familiare” di Diego e di Cisneros.
Ebbe Sciascia sempre chiare l’ambivalenza, la polivalenza, la plurieffabilità
della realtà degli uomini, la multiversità dell’universo umano e la relatività
dei suoi codici interpretativi. E, pertanto, non poteva non contraddirsi e si
contraddisse come il suo Manzoni che scrisse un romanzo storico, che ripudiò per
la Storiografia, tout court… mentre approntava de I promessi sposi la
nuova e definitiva edizione, la quarantana, nella quale c’era un nuovo
ripudio… ripudiato, riconciliato, cioè, con la storiografia del saggio
conclusivo de La storia della colonna infame. I fanatici non si
contraddicono. Il loro ora è sempre.
Sciascia amava contraddirsi, “folle” d’amore per la sua intelligenza,
giustiziera dei fanatismi, dei tenaci concetti. Sempre sedotto parimente dalla
penna e dalla spada, fu decisamente un uomo di penna, del dubbio creativo. Non
fu uomo di tenace concetto. Sciascia, come ogni mistico della conoscenza, fu un
Werdender, un diveniente: divenne Sciascia mollando Diego La
Matina. E non usava il verbo credere in alternativa a pensare. Non credeva,
pensava. Credono solo gli uomini di tenace pensiero, Il pensiero se è tenace si
fa duro. La tenacia del pensiero è la credenza.
Le Benevole
Palloso! Di essere palloso è palloso, ma...
C'è tutta la storia della seconda guerra mondiale da Hitler ad Eichmann a Bormann a Roosevelt a Mussolini. A Horthy, ammiraglio di
mare in ... Ungheria.
E' un romanzo storico che sbeffeggia la
storiografia (innanzitutto dell'agente segreto dell'Intelligence e biografo di
Hitler, Trevor-Roper, innanzitutto, a cui sarebbe sfuggito il naso bulboso,
"slavo o boemo, quasi mongolo-ostico" del Führer ("alito acre e fetido"). Quel
naso Maximilian lo azzanna. Non sfugge a Maximilian Aue che c'era (come
il conte Tolstoj nelle battaglie di Napoleone in Russia) nel bunker di Hitler
con la presunzione tolstojana di rappresentare meglio l'accadimento perché "lo
storico ha da fare coi risultati dell'avvenimento, l'artista con l'avvenimento
per se stesso... Per lo storico [di una battaglia, ad esempio] la fonte
principale sono i rapporti dei comandanti particolari e del comandante supremo.
L'artista da simili fonti nulla può attingere, esse non gli dicono nulla, non
gli spiegano nulla. Non basta: l'artista volge loro le spalle, trovandovi
immancabili menzogne... Ma oltre le inevitabili inesattezze nell'esposizione
degli avvenimenti, ho incontrato negli storici dell'epoca [napoleonica] di cui
mi sono occupato... un particolare giro ampolloso del discorso nel quale spesso
la menzogna e il travisamento si estendono non solo agli avvenimenti, ma anche
alla comprensione del loro significato. Spesso, studiando le due principali
opere storiche di quell'epoca, del Thiers [10 volumi sulla Rivoluzione francese
e altri 20 sul Consolato e l'impero di Napoleone], del Michàilovski-Danilevski,
rimanevo stupito che quei libri si fossero potuto pubblicare e leggere ... ho
trovato in quegli storici tali descrizioni che non sapevo se ridere o piangere,
quando mi ricordavo che quei due libri erano gli unici monumenti letterari di
quell'epoca e avevano miliono di lettori" (Lev N. Tolstoj, Alcune parole a
proposito di Guerra e pace).
E' un conte philosophique ed, insieme, trattato di polemologia (ed anche
di irenologia) con von Clausewitz portato all'estremo (p. 138) dove si dimostra
che la guerra è un affare da omosessuali. Matricida, incestuoso, omicida plurimo
con le mani, con l'accetta, con la pistola, raffinato intellettuale, lettore di
Jünger, Schmitt, Platone, Stendhal, Flaubert ed altri, Maximilian Aue,
Hauptsturmführer (capitàno della Schutzstaffel, a Willi Partenau, Leutnant
(sottotenente) delle Waffen-ss: "Da un punto di vista autenticamente
nazionalsocialista, si potrebbe anzi considerare l'amore fraterno il vero
cemento di una Volksgemeinschaft guerriera e creatrice: Platone, a modo suo,
pensava la stessa cosa, Platone il primo autore autenticamente fascista... E'
una falsa concezione a contrapporre il soldato virile all'invertito
effeminato... Storicamente i migliori soldati, i soldati scelti, hanno sempre
amato altri uomini. Si tenevano le donne per custodire la casa e fare figli, ma
riservavano tutti i loro sentimenti ai commilitoni... A Tebe ogni uomo
combatteva in coppia con il proprio amico; quando l'amante invecchiava e si
ritirava, il suo amato diventava l'amante di uno più giovane. Così si spronavano
l'un l'altro ad essere invincibili; nessuno di loro avrebbe osato voltare le
spalle e fuggire in presenza dell'amico in combattimento si incitavano ad
eccellere...: esempio sublime per le nostre Waffen-ss... un fenomeno analogo lo
si ritrova nei nostri Freikorps ...Bisogna considerare la cosa da un punto di
vista intellettuale. E' evidente che soltanto l'uomo è davvero creativo: la
donna dà la vita, alleva e nutre, ma non crea niente di nuovo. Blüher, un
filosofo all'epoca molto vicino agli uomini dei Freikorps [tra il 1917 e il 1919
Hans Blüher, coetaneo di Hitler pubblicò in due volumi Il ruolo dell'erotismo
nella società maschile], e che si è addirittura battuto con loro, ha
mostrato che l'eros fra uomini, stimolandoli a rivaleggiare in coraggio, virtù e
moralità, contribuisce alla guerra e alla formazione degli Stati, che sono
soltanto una versione estesa delle società maschili come l'esercito". E, alla
fine della lezione platonica: "il corpo solido di Partenau riservava poche
sorprese. All'inizio quando entra, a volte è difficile, soprattutto se è poco
lubrificato. Ma una volta dentro, ah, è bello, non potete immaginare. La schiena
si incurva ed è come una colata azzurra e luminosa di piombo fuso che ti riempie
il bacino e risale lentamente il midollo per prenderti la testa e cancellarla.
Questo formidabile effetto sarebbe dovuto, a quanto pare, al contatto
dell'organo penetrante con la prostata, il clitoride dei poveri che, nel
penetrato, si trova proprio contro il grande colon, mentre nella donna, se le
mie nozioni di anatomia sono esatte, ne è separato da una parte dell'apparato
riproduttivo, il che spiegherebbe perché, in generale le donne sanno apprezzare
così poco la sodomia, o soltanto come piacere mentale. Per gli uomini è diverso;
e spesso mi sono detto che la prostata e la guerra sono i due doni fatti da Dio
agli uomini per indennizzarli di non essere donna".
Insomma, la guerra è da omosessuali che vengono da Marte come gli Americani; la
rissa o la piazzata è da checca isterica; la pace è degli eterosessuali, dei
venusiani, degli europei. In vero, la pace - come ben sanno i polemologi da
Bouthoul ad Aron a Ortega y Gasset a Carlo Jean - è una negazione, una
conformazione della guerra; è la guerra che dorme sotto le coltri dei trattati
internazionali che i vincitori impongono ai vinti. Un uomo che dorme non è
antagonista a se stesso sveglio. Quindi, in guerra siamo tutti omosessuali; in
pace omosessuali in sonno. Un omosessuale che dorme è un eterosessuale.
Veterinari ed ortolani: i primi sono i teorici della razza (filosofia da
veterinari), i secondi i difensori dell'identità... della melanzana di
Casamicciola, del pomodorino di Pachino o del ficodindia di San Cono o del
carciofo di Raddusa e poi per via della pastura vaccina della bufala campana e
del caciocavallo di Ragusa. Gli ortaggi sono legati alla terra dai cui minerali
sono determinati organoletticamente ed identitariamente. E con la veterinaria
... linguistica poi si scopre che "nel Turkestan cinese, i turcofoni mussulmani
di Urumqi o di Kasgar hanno un aspetto fisico, diciamo iranico: li si potrebbe
prendere per Siciliani".
E c'è (la derisione ballardiana di) Ernst Jünger, quello di Der Arbeiter,
dei carri armati della prima guerra mondiale, della guerra di materiali, delle
tempeste di acciaio. Solo che ne Le Benevole Aue vedeva per le strade della
Berlino di Jünger "il soldato appollaiato in cima al carro armato... un asiatico
dal volto camuso annerito d'olio di motore; sotto il casco di cuoio da carrista
portava dei piccoli occhiali esagonali da donna con le lenti colorate di rosa, e
teneva in una mano un grosso mitra col caricatore rotondo e nell'altra,
appoggiato alla spalla, un ombrellino estivo, orlato di pizzo; a gambe
divaricate, appoggiato alla torretta, stava a cavalcioni del cannone, incassando
i contraccolpi del carro armato con la disinvoltura di un cavaliere scitico che
sprona con i talloni un cavallino nervoso... lasciandosi dietro una scia di
frammenti di legno misti a sangue e poltiglia di carne dentro a pozze di viscere
di cavalli...; qua e là, un uomo si torceva, senza gambe, urlando, sulla strada
c'erano torsi privi di testa, braccia che sbucavano da un ammasso rosso e
immondo". Povero Arbeiter che Jünger non aveva voluto "per tanto tempo che si
traducesse in francese". "Arbeiter deriva da arbeo, una parola
gotica, «l'eredità»; travailleur, deriva da tripalium, uno
«strumento di tortura»" (Julien Hervier, Conversazioni con Ernst Jünger).
Arbeo deriva da orbus, orfano, privato di eredità, senza genitori, che
deve surrogare radici e protezione con la Tecnica che è la Natura della
contemporaneità ... E povero Waldgänger, ribelle, che ne Le Benevole è il
gruppo nazipartigiano di bambini "cenciosi, sporchi, scarmigliati", armati alla
meglio, feroci come lo sanno essere i bambini. Tra i dieci e i sedici anni e le
ragazzine appena puberi sembravano incinte: "Adam si faceva servire da una delle
bambine... poi la trascinava nei boschi...; poi due o tre ragazzi prendevano una
bambina per i capelli, la buttavano a terra e la violentavano davanti agli altri
mordendola la nuca come gatti; alcuni si masturbavano tranquillamente stando a
guardare...".